Lo zoo
Questo fatto sanguinoso e inaudito piombò all'improvviso sulla vita della grande città e durò appena un giorno e una notte – ventiquattro ore, ossia millequattrocentoquaranta minuti – e sollevò clamore non solo in ogni angolo della metropoli, ma a migliaia di leghe di distanza. E la maggior parte degli abitanti comprese che il mondo d'oggi è cosa fragilissima e che in un istante può rovinare in un crollo pieno di tragedia…
L'aria era cupa, dense nubi nere avevano coperto tutta la faccia del cielo.
E d'un tratto apparve uno spettacolo strano.
Da sud-ovest della grande città passò, con volo uguale, una moltitudine innumerevole e stridente di corvi, come schierata in file. E ciò benché fosse appena cominciata a regnare la dolce stagione della primavera. Migliaia e migliaia di corvi cantavano un canto di spavento. Nel frattempo centinaia di cittadini, come fossero sordi o ciechi, andavano e venivano incuranti e non alzavano nemmeno il capo verso il cielo.
Un giovane fece eccezione. Incuriosito, si fermò a guardare. E osservando con vivo interesse si accorse che contro quella moltitudine – contro i propri simili – un corvo batteva le ali, si torceva, cercava tra i suoi simili, in mezzo a quell'onda possente, una via nella direzione opposta; e, cosa stupefacente, senza urtarne nemmeno uno, avanzava a fatica, poco a poco. Ma i suoi erano senza numero…
Povero corvo! Perché ti affanni invano? Quel che fai è come tracciare una figura sull'acqua. Non è facile drizzarsi contro la folla, pensò il giovane. Insieme rese onore all'ardire e alla costanza di quel corvo solitario e ostinato.
Voleva vedere come sarebbero finiti la fatica e il volo del corvo. Ma l'onda di quella moltitudine di corvi non finiva mai, perché il corvo ostinato, ardito, ribelle raggiungesse il cielo libero.
Gli si stancarono gli occhi.
Dio ti accompagni, corvo solitario!
E il giovane andò dietro ai propri altri pensieri…
Era ancora scapolo e attraversava la sua ventisettesima primavera; era nato e viveva in una metropoli non tanto grande – una città la cui popolazione supera di poco i cinque milioni –, per di più sapeva parlare e scrivere con scioltezza e cultura parecchie lingue, ed era andato molte volte in missione in altri paesi del mondo, perfino oltre oceano; di tanto in tanto gli tornava alla mente, a frammenti, una strana fiaba che aveva sentito dal nonno negli anni della prima giovinezza…
C'era e non c'era: in un tempo lontano, in un paese prospero viveva un padiscià. Un giorno sua moglie si ammalò e poco dopo, per ordine del destino, morì. Il re e suo figlio rimasero soli. Passarono gli anni, e l'Ombra di Dio prese di nuovo moglie, e sua moglie, dopo nove mesi, nove giorni, nove ore e nove minuti, partorì una bambina.
Grazie alla sua prontezza e al suo occhio attento, il figlio del re venne a conoscere il segreto della sorella, e gli astrologi di corte e i saggi, pieni di stupore, di rammarico e di paura, scossero il capo e dissero:
– Questa creatura porterà molte sventure alla nostra terra; il suo passo è senza benedizione ed essa stessa è senza pietà, perché viene dalla stirpe dei div bevitori di sangue…
La matrigna andò in collera e cacciò il ragazzo dalla corte; il padre, benché il cuore gli bruciasse, non osò opporsi per paura della giovane moglie. In quel tempo la figlia dell'Ombra di Dio si fece grande, e la predizione degli astrologi, dei saggi e degli indovini si avverò. La fanciulla nata dai div dapprima inghiottì, uno a uno, tutti gli animali di casa. Poi il padre e la madre, poi il resto della parentela. Dopo qualche tempo, in quel paese felice non rimase più un essere vivente. Il figlio scacciato dalla corte passò per molte vicende; fra l'altro, nel bosco legò un filo d'amicizia con due leoncini orfani; e alla fine quella fanciulla di stirpe div, che pensava di mangiare anche il figlio del re, fu sbranata cruda e fatta a pezzi da quei leoni che a suo tempo avevano conosciuto la sua bontà; ma non accostarono nemmeno il muso alla sua carne…
Il leone, re degli animali, guardò la figura scolpita nella pietra, in cui un uomo dalle braccia poderose squarciava le fauci di un leone, e disse: – Se i leoni avessero il dono della scultura, avreste visto l'uomo sotto le zampe del leone…
Una delle scoperte più rare e più degne d'esser viste della metropoli era senza dubbio proprio questo zoo. Sorgeva quasi al centro, su un'isola di più di venti ettari in tutto, e da due lati l'acqua del fiume passava sciabordando, respirando pesantemente, pesantemente, scorrendo incurante. Dalle due rive, dove erano stati costruiti caseggiati a molti piani, larghi viali, piazze piene di fiori e di arbusti, sei passerelle pedonali e due strade carrozzabili – per le quali, un giorno sì e uno no, si portavano tonnellate e tonnellate di cibo per le bestie – univano lo zoo alla metropoli. Tutt'intorno all'isola corre una cancellata di ferro su una base spessa, alta cinque o sei metri, e per questo il luogo restava intatto durante le piene. Dentro, bosco e prato ornavano il terreno, e lassù fra i rami decine di specie di uccellini cantavano come a gara, dalla falsa alba fino al calare del crepuscolo. Sul terreno scoperto di fuori, centinaia di ricci e di tartarughe strisciavano la sera o al primo mattino. In primavera e in estate, e fino all'inizio delle piogge d'autunno, una notte alla settimana, quando tutte le porte dello zoo erano chiuse ai visitatori, si lasciavano nel bosco migliaia di bestie sazie di ogni specie, perché si sentissero un poco libere dalla prigionia delle grandi gabbie e potessero saltare e correre a loro agio. Di notte potenti riflettori tenevano il bosco illuminato. E ne veniva uno spettacolo strano.
Una volta il regista di un canale televisivo geografico, che a quanto pare era uomo sveglio e osservatore, ottenne il diritto di filmare con la promessa di riprendere soltanto immagini comuni degli animali dello zoo che andavano per il bosco. La sua squadra lavorava fino all'alba, o il più delle volte aspettava. Più tardi si scoprì che il regista astuto stava in agguato dei momenti in cui i leoni e le tigri, i lupi e i caprioli e le altre bestie si accoppiavano. Ne trasse un documentario di divulgazione scientifica assai attraente, con tutte le sue finezze intime, e grazie al mercato della pubblicità e alla vendita di migliaia e migliaia di dischi – benché simili accoppiamenti violenti non siano rari neppure nel bosco vero e nella steppa – venne in possesso di molto denaro. Soprattutto una scena, in cui un leone trascinava sotto di sé una giovane leonessa con le forti zampe anteriori e la forzava senza posa per quindici o diciotto minuti, accendeva l'istinto animale rimasto nascosto in fondo a una certa specie di uomini senza volontà. E la gente si accorse chiaramente di quali emozioni ribollenti e in tumulto ondeggiassero dentro quel bosco del recinto dello zoo, quando i predatori, gli erbivori e i rettili sentivano l'odore della libertà. Migliaia di persone chiesero per mezzo delle reti che lo zoo aprisse le sue porte anche di notte a chi lo desiderasse. Ma la direzione dell'istituto non giudicò la cosa ammissibile…
Quella fiaba popolare, tessuta e inventata, è naturalmente un ricordo antico; ma in quel momento era una fiaba tutta diversa, una fiaba d'oggi, ad attrarre l'interesse del giovane, che viveva in un appartamento di cinque stanze al ventisettesimo piano, e per di più separato dal padre e dalla madre. In verità la cosa suscitava il massimo stupore. Non credeva ai propri occhi né ai propri orecchi: com'era che uomini di lingue e di nazioni diverse, di età e di sesso diversi, e per giunta abitanti di paesi diversi, anzi di continenti diversi, nello stesso istante si commuovessero quasi allo stesso modo e pensassero lo stesso. In quell'istante pareva del tutto impossibile comprendere come essi – fossero pure conoscenti del giovane –, stando a migliaia e migliaia di leghe l'uno dall'altro e non sapendo nulla l'uno dell'altro, potessero unirsi attorno a un solo sentimento sconosciuto? Era forse un caso? No: qualche filo invisibile aveva legato strettamente ciascuno di loro. Su questo non c'era dubbio. D'altra parte il giovane, che ora stava in piedi davanti alla finestra della cucina e cercava di capire, li aveva incontrati negli anni passati in vari punti del pianeta e ne aveva fatto la conoscenza; ma loro – loro non si conoscevano fra di loro?!
Sullo schermo del suo computer fece apparire moltissime fotografie. Con più attenzione di prima guardò questa volta nella loro profondità. Occhi e occhi e occhi, lo sguardo del capriolo e del cammello, del lupo e della tigre, della scimmia e del leone, dell'aquila e dell'avvoltoio, dell'orso e dell'argali, della volpe e dello sciacallo, del pavone e dei serpenti… Gli erano parsi comuni. Ma quando, un mese prima, aveva fotografato ciascuno di essi – non capiva neppure lui con quale pensiero –, gli era evidentemente parso una trovata creativa e strana. Perciò, secondo la sua abitudine, le mandò agli indirizzi elettronici dei suoi amici. Anche prima andava così: spediva questa o quella sua opinione sugli avvenimenti del mondo, perché reagissero e nascesse uno scambio di pensieri. Una specie di legame sociale.
Ma questa volta la faccenda prese un colore tutto diverso: tutti i suoi compagni, i lontani come i vicini, gli chiedevano di aprire la posta e di leggere le loro conclusioni. Il loro richiamo suonava inquieto, come se volessero dare l'allarme. Dentro di sé il giovane cadde in uno stupore senza misura e si fece un po' inquieto. Che cos'era, lo sguardo di quale bestia li aveva scossi – e soprattutto, per quale ragione?..
«Shervon, amico mio, guarda più a fondo: gli sguardi delle bestie dello zoo della vostra città sono ter-ro-riz-za-ti!!!» – scriveva un coetaneo dalla Nuova Zelanda.
«Guarda meglio: qualcuno o qualcosa, qualche creatura, ha messo paura alle tue bestie» – questo è il punto di vista che mandò il suo conoscente dalla città di Smirne, in Turchia.
Il suo conoscente americano di New York, dove il giovane aveva passato un certo tempo a perfezionare il suo inglese e aveva abitato al settantaquattresimo piano a Manhattan, si espresse in modo ancora più strano: «Shervon! Bada, tutti gli abitanti dello zoo aspettano un avvenimento spiacevole, forse spaventoso! SOS!»
«Che qualcuno li abbia gettati in un vortice di stregoneria?!» – domandava esclamando il suo compagno di studi cinese.
«È la prima volta che vedo occhi simili, uno sguardo così pieno di spavento. Sarà che tutte le bestie hanno preso qualche peste?» – ragionava il suo amico tedesco di Berlino. Shervon era stato là, per più di un anno, studente dell'Università di management e nuove tecnologie.
«Qualcuno, o qualche creatura, le sta sviando! Tutte le tue bestie stanno fra l'acqua e il fuoco… – scriveva il suo conoscente da Tokyo. – Purché non si uccidano tutte in una volta!..»
Da principio Shervon prese tutto questo per sciocchezze. Poco dopo il suo pensiero entrò in ebollizione e non sentiva più la terra sotto i piedi. Sia quel che sia, disse, e aprì una delle fotografie: gli occhi dell'orso. Sarà questo lo sguardo che la gente chiama iniettato di sangue, o intriso di sangue? – pensò il giovane. – Che combinazione?! Era proprio quell'orso che nell'infanzia, insieme al nonno, avevano salvato dal morire o dall'essere ucciso…
La gru, che aveva appena tratto fuori con il suo lungo becco il pezzo d'osso dalla gola del lupo, vedendo la minaccia del lupo ingordo, si disse in cuor suo che d'ora in avanti non conviene mai prestare aiuto alle bestie ingrate…
In mezzo a un piccolo prato in un avvallamento, che si trova un poco più in alto del sentiero del bosco alle falde del monte, era stata posta una grande tagliola, e una grossa orsa bruna vi era rimasta presa fra i denti duri. L'orsa senza scampo, cui il cuore si faceva a brandelli per la libertà perduta, mandava grida che strappavano l'anima. Il suo lamento levava un fragore tutt'intorno. Una volta e due si torse, trascinò la catena della tagliola, ma che poteva mai fare: si sforzasse pure mille volte, non riusciva a liberarsi. I suoi due orsacchiotti, ancora piccolissimi, correvano qua e là all'intorno e non avevano né forza né potere di soccorrere la madre caduta prigioniera.
Poco dopo, non si sa di dove, comparve un gruppo di ragazzi di dieci o dodici anni. Dapprima si fermarono in cima all'avvallamento, la cui parete era stata dilavata dalla pioggia, e stettero a guardare. Poi uno disse:
– Il fegato e la cistifellea dell'orso sono un buon rimedio per certe malattie!
Un altro disse:
– E il grasso non lo dici? Si può vendere per bei soldi.
Il terzo, tutto meravigliato, osservò:
– L'orsa è viva: come glieli prendiamo, il grasso e il fegato e la cistifellea?
– Abbiamo il coltello, la scuoiamo…
Per un istante scese il silenzio.
– Io lo so! – gridò il ragazzo alto di statura, dai cui occhi pareva sprizzasse fuoco. – La lapidiamo! L'orsa è impastoiata, non troverà modo di fuggire. La uccidiamo a furia di colpi, e poi la scuoiamo.
E lui stesso, presa una pietra più grossa di un pugno, la scagliò verso l'orsa. Il suo esempio e il suo ardire diedero animo agli altri suoi coetanei, e si levò il finimondo.
Tutti lo seguirono. Sul capo dell'orsa pareva che dal cielo piovessero pallottole. Insieme a questo il chiasso e lo schiamazzo, i gridi di «uh», «per poco», «che colpo!», «prendi la mira!» si avvolgevano l'uno nell'altro, e mescolavano e destavano insieme l'ardore e la smania della folla.
L'orsa gemeva sotto il colpo di ogni pietra, ma ahimè, scampata a una pietra ne incontrava un'altra. Sempre più stanca e senza forze correva di qua e di là, la catena della trappola si tendeva, non le lasciava andar lontano.
Centinaia di pietre le raggiungevano il corpo folto di pelo e ruzzolavano giù. Il prato si mutava in una pietraia. Qualche pietra tagliente doveva averle squarciato la pelle del corpo, perché il sangue colava.
– Colpite con le pietre taglienti!
La folla spietata, tutta un clamore, cercava pietre taglienti e le scagliava contro l'orsa come frecce.
– Colpite più forte, adesso cade, e prendere la mira sarà più facile.
Se in quel momento qualcuno un poco attento avesse guardato in faccia quei ragazzacci di malaugurio e senza stirpe, avrebbe visto chiaramente che ormai dai loro occhi sprizzavano fuoco e sangue.
L'orsa alla fine stramazzò a capofitto, e ancora moveva le zampe e scoteva il capo. Dalle fauci le ribolliva e le colava una schiuma sanguigna. La bestia veniva meno. Caduta su un fianco, non trovava più modo di sottrarsi ai colpi delle pietre.
In quell'istante il nipote e suo nonno giunsero sul luogo della sciagura. L'orsa, rantolando, a stento, a stento, pesantemente, a brevi brevi respiri, respirava ancora. Stavano ritti presso il corpo mezzo vivo dell'orsa, e il nonno non sapeva come inghiottire la propria collera.
– Peccato, siamo arrivati tardi, – disse al nipote e, gettando lo sguardo sulle centinaia di pietre piccole e grandi, insanguinate quasi tutte, immaginò quale bestialità fosse avvenuta. – Immondi, razza malnata!
Gli orsacchiotti, mugolando, non volevano allontanarsi dall'orsa. Pareva che avessero capito che il nonno e il nipote – i loro sostegni, i loro difensori – erano arrivati. A quanto sembrava lo spavento era sparito dai loro occhi, e per istinto si strofinavano contro il ventre e il dorso della madre. Il nipote si accorse che l'orsa non staccava gli occhi dal nonno. E quella creatura di Dio, con l'animo forse in pace perché i suoi figli non sarebbero rimasti d'ora innanzi sbandati e senza soccorso, rese l'anima all'Onnipotente piano, senza un suono.
Dall'alto, lungo il sentiero stretto, quelle creature bipedi dal volto d'uomo scesero giù una a una. Il nonno e il nipote non fecero caso a loro.
– Gli orsacchiotti li portiamo in città, là c'è un grande zoo, li vendiamo, danno bei soldi, – disse quello stesso ragazzo alto di statura.
– A me non li vendete? – domandò il nonno, tenendo gli occhi fissi sugli orsacchiotti.
Aveva poco più di sessant'anni, i capelli folti, sale e pepe, le spalle larghe, i pugni forti e lo sguardo tagliente.
– Quanto date? – domandò il ragazzo, preso da una certa agitazione.
– Quel che ho in tasca; basta che me ne resti un poco per il taxi.
Tirò fuori il denaro dalla tasca e lo posò sulle pietre insanguinate del prato.
– Una fune non ce l'avete, però?
– E a che servirebbe? – chiese il nonno.
– Gli orsacchiotti come li portate? Sospingendoli, o trascinandoli? – tornò a curiosare quel ragazzo avido.
– Io li incanto, lo vedrete voi stessi, – disse il nonno.
– E come?
– È cosa semplice. Recito loro una preghiera nell'orecchio.
– E poi? Vi capiscono?
– Certo! – non si diede per vinto il nonno.
– Strano…
Il nonno si mise in ginocchio davanti agli orsacchiotti. Con il palmo accarezzò il dorso di uno di loro. Poi accostò piano la bocca al suo orecchio e, bisbigliando, per un minuto o due gli disse qualcosa che sapevano soltanto lui, e Dio, e quell'orsacchiotto orfano. Quindi, senza fretta, incantò anche il secondo orsacchiotto.
– Bene, noi andiamo, – disse il nonno. E si mise a camminare davanti. Il nipote dietro…
Che miracolo! Gli orsacchiotti, dimenticata l'orsa morta, d'un tratto presero la via dietro il nonno e il nipote.
Gli assassini rimasero attoniti e stupefatti, e non trovavano la forza di aprire bocca.
Il nonno e il nipote e gli orsacchiotti si erano ormai allontanati di molto. Quel giovane alto di statura tornò in sé e, chinandosi adagio, raccolse dalla pietra il denaro macchiato di sangue qua e là…
Il nonno e il nipote pranzavano nel ristorante all'aria aperta sulla terrazza del dodicesimo piano di un edificio di quarantadue piani. Da tempo ormai questa consuetudine, che ha luogo un giorno fisso di ogni settimana, vige nei loro rapporti.
– Il telefono cellulare, per mezzo del quale vediamo l'immagine l'uno dell'altro e in qualunque momento ci tiri il cuore possiamo conversare, è una buona cosa. Ma vedersi, sedere faccia a faccia, guardarsi negli occhi e parlare, è un'altra cosa, – disse il nonno. – E ti ringrazio che trovi tempo per me.
– Anch'io penso a voi, a volte il cuore mi si stringe, – aggiunse il nipote a conferma delle parole del nonno.
– Guarda un po' questo fiume: con dignità e pazienza, tenendo l'isola nel suo abbraccio, la sua acqua scorre senza posa. Così è la vita, così la vita dell'uomo, che passa in fretta…
– Hanno telefonato mio padre e mia madre. Hanno detto di portare il saluto al nonno.
– Che siano sani e salvi. Come vanno le cose per loro? Hanno intenzione di venire dalle nostre parti, o no?
– Le loro cose vanno bene. È venuto il tempo delle ferie. Hanno trovato agio e occasione, e sono partiti con la mia sorellina per visitare Praga e Parigi, Roma e Vienna.
– Andare per il mondo è cosa che il cuore desidera davvero. E la tua sorellina come sta? È molto che non sento la sua voce.
– Voi stesso sapete come va. Studiare in un'università europea non è cosa facile. Ogni ora della sua vita è contata. In ogni modo, io la pregherò di trovare il tempo e di telefonarvi ogni tanto.
– Che tu sia benedetto, gioia del nonno! Non ti dare pena; dille soltanto che non le venga mai di dimenticare la lingua materna…
– No, non la dimenticherà.
– Ne sei del tutto sicuro?
– Sì. Io alla mia sorellina ho raccontato quel fatto storico.
– Quale fatto storico? – domandò il nonno, preso dalla curiosità.
– Ricordate: voi mi ammonivate a ogni momento che, insieme a conoscere l'inglese e il russo e il tedesco o il francese, non perdessi di vista la mia lingua materna…
– Sì, e tu facevi il testardo. «Quando conosco bene le lingue del mondo e le parlo con scioltezza, che bisogno c'è della lingua materna?» dicevi.
– È vero. Poi, sarà una decina d'anni fa, quando ero studente del secondo anno, vennero degli stranieri e, cercando interpreti, bandirono un concorso. Per ogni ora di accompagnamento e d'interpretariato promettevano una bella somma. Io mi iscrissi.
– Sì, ora mi torna a mente. Dubitavi, perché il livello d'inglese degli altri tuoi coetanei era alto e la tua vittoria pareva improbabile…
– Poi si vide che quei giovani non sapevano affatto la nostra lingua materna, e perciò scelsero me, che nella lingua materna parlavo un poco meglio.
– E allora ti persuadesti che la vita stessa è un maestro e una grande scuola e che può portare mutamenti nel pensiero e nelle convinzioni dell'uomo. E quel concorso fu per te una buona lezione.
– Insomma, state tranquillo: la mia sorellina non dimenticherà mai la lingua del nonno e della nonna e degli avi.
– Sia così, lo spero anch'io…
– La mia cara nonna, che il Signore l'abbia accolta alla sua porta e sia il paradiso il suo luogo, ogni volta ci benediceva così: «Figli miei, dovunque siate, è il vostro destino; siate soltanto sani e salvi, e il Signore vi tenga sotto la sua protezione». Forse è volere di Dio che ci siamo abituati tutti a vivere lontani, lontani gli uni dagli altri. Anche se viva Skype!
– La mia cara nonna!.. Che bel suono ha sulla tua lingua. Quella mattina in cui tu venisti al mondo, per tutta la notte la preghiera e il voto che l'occhio di tua madre si rischiarasse sana e salva le furono di continuo sulla lingua. Dalla gioia, dicendo «un ospite nuovo, che gli sia lunga la vita», non trovava posto dove sedersi. Di primo mattino cucinò un brodo di gallina ed era andata a far visita a tua madre…
– Sì, mia madre me lo raccontava qualche volta.
– Peccato, la tua cara nonna se ne andò presto da questo mondo. Era una donna del paradiso…
– La ricordate, nonno?
– La tua cara nonna?
– Sì.
– No.
– Perché?
– Perché la tua cara nonna, il suo viso puro, il suo sorriso soave, le sue parole che rapiscono il cuore, mi sono sempre compagni di respiro. Non c'è bisogno di ricordare…
– Strano…
– A proposito, per telefono avevi accennato che volevi un consiglio su qualcosa?..
Shervon, prigioniero di un pensiero, tirò fuori il suo portatile e lo accese, aprì le fotografie degli occhi del leone e della tigre e dell'orso, della scimmia e del lupo e della volpe e di altre bestie simili, e le indicò al nonno:
– Su, passate in rassegna con attenzione questi sguardi delle bestie. Forse anche a voi, nonno, verrà qualche pensiero, qualche sospetto.
Il nonno guardò a una a una, con occhio scrutatore, ogni fotografia. A quanto pareva, non riuscì a giungere ad alcuna conclusione.
– È difficile dire su due piedi che cosa esprimano questi sguardi. Che cosa ti ha stupito? – domandò a Shervon, non sapendo che altro fare.
– Me no! – rispose il nipote. – Qualche tempo fa, per gusto, ho scattato queste fotografie e le ho messe sul mio blog. Un buon numero dei miei amici, che passano la vita in vari paesi del mondo, senza saper nulla l'uno dell'altro, sostengono che gli occhi di tutte quante le bestie sono pieni di spavento. Qualcuno o qualcosa, un uomo o un jinn, le ha gettate nel terrore. E i più vogliono dare l'allarme, che non abbiano a suscitare qualche sciagura… Perciò anch'io, a dire il vero, sono caduto nello stupore, chiedendomi quale segreto, quale mistero si nasconda qui.
– Non so che dire. Le bestie, che vivono nelle salde gabbie dello zoo, possono forse da sé suscitare qualche calamità? Non si può escludere uno scherzo da parte dei tuoi amici stranieri?
– No, non possono scherzare tutti in una volta, nello stesso momento e nello stesso senso!
Il vecchio guardò un'altra volta negli occhi delle bestie. Ma non trovò alcun bandolo di quel nodo.
– Va bene, io mi metterò faccia a faccia con le bestie stesse. Forse dal loro contegno riuscirò a cavare qualche notizia…
Così il nonno e il nipote si strinsero l'uno all'altro e si accomiatarono.
Prima di scendere, il vecchio gettò ancora una volta lo sguardo verso l'isola, là dove si trova lo zoo. Da lontano, che cosa si può mai osservare? All'apparenza tutto parve quieto e tranquillo…
Per effetto della stregoneria dell'uomo, il cui danno toccò alla pecora che i lupi ingordi sbranarono cruda e divorarono, i lupi ululano ancora oggi con sette voci.
C'era e non c'era, in un certo tempo, il passato lontano e ignoto, o piuttosto i giorni nostri, in un paese del continente africano una tribù passava la sua vita. Il loro ambiente è schietto e semplice, ché vivono dentro capanne d'argilla con il tetto coperto di paglia. Vale a dire che quella società poco differiva dall'età primitiva, perché la loro occupazione principale era l'allevamento del bestiame. Appena i maschietti compiono i sette anni, sulle loro spalle si carica l'ufficio di guardare le vacche. Dell'esistenza dell'elettricità, dei libri, della scuola, dei trasporti, della televisione o del computer e di internet nessuno della gente di quella tribù ha idea.
Là c'è una tradizione salda: ogni giovane che sia giunto all'età della maturità deve dar prova della propria compiutezza virile. Da secoli nessuno ha la forza di negarla. E perciò ogni ragazzo, fin dagli anni della prima giovinezza, si prepara ad adempiere quel che la tradizione degli avi esige. Nell'animo e nel corpo insieme. Più precisamente: prima che gli diano licenza e benedizione di prender moglie, ogni giovane deve andare a tu per tu con il leone, sì, sì, con il leone – il re della foresta –, deve riportare vittoria sulla bestia, vale a dire uccidere il leone con ogni mezzo.
Questa impresa è tenuta per il segno dell'ardimento, della gagliardia e dell'onore di ogni giovane della tribù. Quando egli torna portando il leone ucciso in spalla o caricato sul collo, i piccoli e i grandi della tribù levano gridi di contentezza e di orgoglio. Perché la condizione principale per metter su famiglia risulta provata.
A poco a poco la razza dei leoni in quel territorio scema. I governanti, a dispetto della volontà della tribù, iscrivono il leone nel libro rosso e ne dichiarano vietata l'uccisione.
Ma che! La tradizione, la messa a morte del leone, continua senza interruzione. I giovani della tribù, dopo aver ucciso la bestia, avanzano la loro pretesa: «Io non ho colpa: mentre me ne andavo a passeggio, o coglievo frutti, il leone stesso mi è saltato addosso. E io per forza mi sono levato a difendere la mia vita…»
Il leone morto non ha lingua per attestare se l'asserzione sia vera o falsa.
Poveri leoni! Gli uni stringono la sposa fra le braccia e si danno al piacere e alla gioia, e gli altri sacrificano la propria vita…
Verso sera, che il sole non era ancora tramontato, al vecchio (così lo chiamavano per convenzione la direzione e gli impiegati dello zoo, perché grazie al servizio nelle file delle forze armate, e poi in seno a una brigata di pronto intervento, aveva perfino combattuto fuori dei confini del paese, e il suo corpo si era temprato per tutta la vita; e benché ogni giorno, per abitudine, percorresse a piedi dieci chilometri di strada, in lui non si sentiva stanchezza; e per di più mangiava poco e parlava poco e dormiva poco), prima ancora che fosse entrato nella sua stanza di lavoro, telefonò il direttore generale:
– Vecchio, salve! Voi dove siete?
– Sulla soglia del mio ufficio…
– Vi prego, datemi aiuto, – la voce del capo suonò piena d'inquietudine.
– Che c'è, il mondo è in pace?
– Pace e salvezza. Soltanto che i leoni ruggiscono senza posa e le tigri rugliano… Gli orsi si torcono e si rivoltano, le scimmie, come se si fossero messe d'accordo fra loro, hanno levato uno strepito. Anche le altre bestie paiono inquiete…
– Ma ieri sera erano tutte quiete e tranquille!
– Oggi sono fuori di sé, perciò subito, lasciando da parte ogni altra faccenda, andate a vedere come stanno le bestie. Che non abbiano a suscitare qualche sciagura. Ve ne prego…
– Vado subito… – e, turbato in volto, si avviò verso la fila innumerevole delle grandi gabbie di ferro – la dimora delle bestie.
Quando sul posto vide con i propri occhi lo stato e il contegno delle bestie feroci, restò di stucco: erano davvero cadute nello spasimo. Adesso comprese che qualcuno o qualcosa le aveva messe in terrore. Se ne avvide subito. Perché l'indole e le abitudini degli animali le aveva imparate bene negli anni in cui faceva il cacciatore, quando, dopo aver riportato una grave ferita in una delle operazioni militari ed essere andato in congedo, errava per i monti e per i boschi dietro a quel mestiere. Gli intendenti e gli osservatori si erano fatti l'opinione che il vecchio si fosse impadronito delle finezze della lingua di ogni bestia e sapesse tessere una maniera di «conversazione» e trovare la «lingua» con gli animali senza lingua.
In verità questa loro congettura, questa loro opinione, per quanto uno stenti a crederci, non era senza fondamento. Anche questa volta il vecchio cacciò lontano dal cuore la paura e il turbamento, entrò nelle gabbie e a una a una con i leoni e le tigri e le scimmie e i lupi e gli orsi, guardandoli dritto negli occhi, tenne il suo «discorso». Gli spettatori capitati per caso caddero in stupore vedendo come quell'uomo trovasse l'ardire di entrare in mezzo a quelle belve in tumulto, e che cosa mai andasse dicendo loro. Parve loro cosa oltremodo strana e prodigiosa, e si morsero il dito dello stupore, ché per effetto di non si sa quale parola o cenno del vecchio quelle bestie cessarono l'una dopo l'altra dalle grida e dai lamenti…
In quel medesimo istante esse si acquietarono, e un pensiero torbido si aprì un varco nel cervello del vecchio; come si suol dire, i lupi gli lacerarono il cuore e gli sconvolsero la mente. D'un tratto si ricordò di qualcosa…
– No, – disse il drago – la belva dava ogni giorno al vecchio due piattelli d'oro in cambio del latte della sua vacca, – poiché tu, ogni volta che mi vedi, ti ricordi di tuo figlio, che io sbranai e inghiottii, e nel medesimo istante io mi porto davanti agli occhi la mia coda, che tuo figlio, avendo cercato di uccidermi, tagliò con la spada; e perciò la nostra amicizia è finita, – e sparì.
Il primo ministro, anni addietro, quando era ministro dell'economia e delle finanze, aveva un amico che era un cacciatore accanito. Per via di questa stessa passione avevano fatto amicizia, e a ogni occasione andavano due giorni, e talvolta tre giorni, dietro alla caccia.
Una volta si trovarono davanti a una tana di lupi. Qualche passo più in là la lupa e il lupo e due lupacchiotti saltavano e correvano spensierati sul prato.
Il lupo maschio, esperto del mestiere e provato dalle piogge, avvertì l'odore dei cavalli e degli uomini e l'odore delle armi e delle pallottole quando i cacciatori non si erano ancora avvicinati.
– Guarda, – disse il ministro dell'economia e delle finanze, accennando verso i lupi, – benché siano anch'essi bestie da preda, come paiono liberi e lieti e allegri e felici.
– Il lupo è lupo! – rise il suo amico, e soggiunse. – Chi nasce lupo, lupo diventa alla fine…
E, presa la mira verso la lupa, fece fuoco. Quando la lupa per un istante si torse e cadde, egli gridò:
– Le ho bucato la fronte!
Il lupo maschio si levò a difenderla. Corse avanti e, con gli occhi pieni d'odio, ringhiò. Il cacciatore accanito, preso dall'ardore, sparò contro la bestia un secondo colpo. Questa volta il colpo andò a vuoto. Il lupo si gettò indietro.
– Da questo lupo montato in collera ormai non ci libereremo, – disse con accento pietoso il ministro dell'economia e delle finanze.
– Peggio per lui! Se per la lupa è giunta l'ora di morire, è forse colpa mia?!
E si mise a prendere la mira.
I lupacchiotti, ignari della sciagura della vita, non avendo trovato modo di ripararsi dentro la tana, tentavano di svegliare il corpo esanime della lupa e, toccandole il corpo con le zampe, mugolavano. Ma ahimè!..
– Su, non carichiamoci il loro sangue sull'anima!
Ma l'ammonimento del ministro dell'economia e delle finanze rimase sospeso in aria, e i colpi, l'uno dopo l'altro, stesero sulla terra i due innocenti lupacchiotti intrisi di sangue.
Il lupo maschio, veduta la cosa, ringhiò più forte, si scostò ancora più in là e levò un ululato che strappava l'anima.
– Strano, – disse il cacciatore accanito, tornando in sé. – Fino a questo momento non avevo mai udito un ululato di tal fatta. Forse nessuna bestia sente il dolore così a fondo e così bruciante come il lupo…
– Io non ho molta esperienza, ma a me pare così: che abbia levato il grido verso il cielo, e insieme che il suo ululato fosse una specie di minaccia a noi. Su, andiamocene di qui, e presto.
Il cacciatore accanito non fece caso a queste parole, gettò il corpo della lupa e quelli dei lupacchiotti in due sacchi e li buttò sull'arcione del suo cavallo.
Presero la via del villaggio. I loro cavalli camminavano a capo chino.
– Questi lupi, – disse il cacciatore accanito, cercando di consolarsi, – se trovano un uomo solo nella pianura o alle falde del monte, gli si avventano addosso con tutto il branco; e spiando il momento, di notte squarciano il ventre alle pecore del gregge…
Il ministro dell'economia e delle finanze a un tratto vide che il lupo maschio, girando e rigirando, veniva loro dietro. Il cuore gli si strinse.
«Dio faccia che la cosa finisca bene, – gli passò per il pensiero. – E poi, perché mai sono uscito oggi a caccia con quest'uomo? Da stamattina in qua l'occhio sinistro mi batte».
Due ore dopo giunsero alla riva di un fiumicello. Si voltò a guardare indietro. Il lupo maschio, a quanto pareva, non si vedeva.
– Ecco, siamo arrivati al villaggio. Adesso ci laviamo le mani e la faccia e mangiamo, – aprì bocca per la prima volta in tutto quel tempo del ritorno il cacciatore accanito.
– Grazie, certamente. Ma io devo andare.
Il fiumicello dall'acqua limpida e vivace, urtando di pietra in pietra, correva in fretta verso la valle levando le sue onde. Il suo canto risuonava tutt'intorno.
– Io, appena arrivato a casa, dopo avervi accompagnato, do il filo al coltello sulla cote e scuoio questi lupi. La carne la do ai miei cani. Le pelli le salo e le appendo all'ombra. Il loro pelo vale caro…
Al suo compagno parve che il lupo fosse vicino e ululasse. Guardò attentamente indietro. Il povero lupo, che in un istante era rimasto solo, non gli apparve alla vista…
Una decina di giorni dopo i giornali diedero alle stampe un servizio intorno a quel fatto inaudito. Il ministro dell'economia e delle finanze lo lesse e non ci credette. Poiché da anni si conoscevano ed erano compagni di pane e di sale, prese un dono e andò a far visita al cacciatore accanito. Nel momento in cui, insieme all'autista, entrò nel cortile di quel suo amico testardo, non udì, come era solito, il latrato dei due cani da pastore, spaventosi e tenuti alla catena. Senza aver tempo di stupirsene, l'occhio gli cadde sull'amico cacciatore. Se ne stava su un fianco sopra la branda, e sonnecchiava.
– Salom alaykum! – entrò il ministro a domandargli come stesse.
Il cacciatore non si mosse dal suo posto, né mandò voce. Soltanto con i suoi occhi grandi grandi e intorpiditi, come fosse cieco, senza battere ciglio, guardava verso l'ospite. In luogo di rispondere al saluto, rise.
In quel mentre sua moglie uscì dall'interno della casa. Pareva percossa dal lutto. Dopo un saluto un poco freddo portò una sedia e invitò l'amico del marito a sedersi.
– Il suo stato è questo: o ridere, o starsene in silenzio. Non so quando tornerà in sé.
– Che cosa è accaduto? – domandò il ministro.
La donna gettò uno sguardo dalla parte del marito e per un poco si perse nei suoi pensieri.
– Quella notte tirava un vento fortissimo. I tronchi degli alberi si piegavano e si raddrizzavano scricchiolando. I ragazzi dormivano nella loro stanza, io e mio marito nella nostra, e la mia bambina era con noi nella culla. Sul far del giorno mi svegliai. Tastai con la mano e restai di stucco: la culla era vuota; accesi il lume, frugai il letto, non trovai la bambina. Levai grida e lamenti e feci alzare dal sonno mio marito.
In quel momento l'ululato di un lupo ci giunse all'orecchio. Restammo tutti e due impietriti. Guardammo fuori dalla finestra. Il lupo stava in mezzo al cortile. A quanto pareva aspettava che noi uscissimo. Mio marito prese in mano il fucile da caccia e corse fuori. Io dietro di lui… Dio mio! Che spettacolo pieno di terrore ci apparve davanti agli occhi: il lupo teneva la zampa sinistra sopra il ventre della bambina in fasce e, mostrando i denti, ringhiava. Da principio restammo tutti e due impietriti. Poi mio marito, nella speranza di spaventare il lupo, sparò un colpo in aria. Il lupo non ebbe neppure paura, non si mosse nemmeno dal suo posto. La nostra bambina non piangeva, non mandava neanche un suono, sì che potessimo capire se era morta o viva. Poi il lupo d'un tratto tolse la zampa dal corpo della bambina, si mise a sedere sulle due zampe di dietro e ululò lungamente, lungamente; infine ringhiò ancora una volta e senza che ce l'aspettassimo se ne uscì. Piano, piano, come pieno d'orgoglio, come per farsi vedere… Io corsi subito dalla mia bambina e la sollevai da terra, e mi accorsi che dormiva, che respirava; le spruzzai subito dell'acqua sul viso, caso mai si fosse spaventata…
Mio marito scagliò il fucile con tutta la sua forza dentro il campo seminato e gridò:
– Io sono la belva! Il lupo è più uomo…
E si mise a sedere per terra e rise.
Da quel momento non ha più portato una sola parola sulla lingua. Come se, per la lezione che il lupo gli ha dato, fosse rimasto muto e senza parola…
Il ministro si levò dal suo posto.
– E i cani da pastore non assalirono il lupo? – domandò.
– Solo dopo esser tornati in noi e aver salvato la bambina ci accorgemmo che il lupo aveva stritolato fra i denti la gola di tutti e due i cani…
La donna gettò uno sguardo del tutto disperato verso il marito.
– Se Dio vuole, guarirà, – disse lui.
E uscì fuori. Il capo chino.
Il ministro tenne se stesso per uno dei colpevoli di quella sciagura – la sciagura del lupo e del cacciatore accanito…
Allora il vecchio stesso cadde in un vortice violento di sgomento. Rimasto fra l'acqua e il fuoco, non sapeva che rimedio cercare, chi chiamare in aiuto o a chi domandare consiglio. Dentro la sua stanza di lavoro camminava senza posa di qua e di là, e pensava. Non arrivava per nulla a capire quale fatto inaudito potesse accadere. E fin dove la cosa sarebbe andata a finire. Come una serpe caduta in mezzo alla fiamma ardente si torceva e si rivoltava dentro di sé. Sentiva che qualche calamità o qualche sciagura si avvicinava e non trovava modo di sbarrarle il cammino. Non riusciva a intendere che cosa potesse esserne la causa. O chi?..
In quell'istante il telefono suonò.
Riconobbe i numeri – era il nipote che chiamava. «Meno male!» – pensò fra sé il vecchio.
– Pronto! Nonno, salve! – la voce di Shervon gli parve piena d'inquietudine.
– Eccomi, gioia del nonno! – rispose, facendosi forza, perché una qualche speranza di scampo da quella situazione senza sbocco gli si era aperta la via nel pensiero.
– State bene di salute, e le vostre cose vanno bene?
– Grazie! E tu adesso dove sei?
– Io? A casa, ho un giorno di riposo.
– Ma è giorno di lavoro…
– Le organizzazioni straniere svolgono la loro attività secondo il calendario del proprio paese.
– Se è così, puoi venire da me?
– Se occorre, perché no. Fra una quarantina di minuti sono da voi.
– Benissimo. Grazie, gioia del nonno!
– Non c'è di che. È forse accaduto qualcosa?
– No, per ora no… Del resto ne parliamo a faccia a faccia…
– Bene, arrivederci! – la comunicazione s'interruppe.
Adesso il vecchio, divorandosi il sangue dentro di sé, si rimproverava. Per la semplice ragione che aveva dato prova di poca avvedutezza, tirando suo nipote Shervon dentro quella corrente ignota, senza capo né coda. Che non avesse a piovergli qualche sciagura sul capo. Il Signore è largo di grazia; Dio voglia, lo tenga illeso sotto la sua protezione!..
Uscì fuori. Vide che per i sei passaggi delle due rive, che uniscono l'isola alla metropoli, l'andirivieni di centinaia di persone, e soprattutto di ragazzi e di giovani, non si interrompeva. Certo, non era da paragonare con quella folla di gente che il sabato e la domenica si riversa sullo zoo. Per qualche istante tese l'orecchio dalla parte delle gabbie. No, non udì la voce di nessuna bestia.
Decise che avrebbe aspettato il nipote fuori dell'isola, in capo alla strada, e che poi sarebbero andati a sedersi in riva all'acqua, là dove si trova un caffè.
– In ogni caso, più lontano dalla sciagura, – bisbigliò il vecchio.
E non poteva nemmeno immaginare che cosa intendesse dicendo «sciagura», né, se la testimonianza del suo cuore fosse venuta vera, di dove quella sciagura si sarebbe levata: dal fondo della terra, o se sarebbe discesa giù dal cielo…
– Tu non volesti sposare la principessa ed essere re, rinunciasti a farti genero del giardiniere che per merito tuo divenne ricco, non ti bastò l'ingegno per cavare dalla gola del pesce il diamante di gran prezzo: dunque non troverò al mondo uomo più sciocco di te! – e il leone, il cui rimedio contro il mal di capo era mangiare il cervello di uno sciocco, sbranò crudo il contadino e guarì…
C'era e non c'era: in un luogo di questo paese, poco lontano dalla metropoli, passava la sua vita un ammaestratore d'orsi, uomo di buona sorte e avvezzo alla fatica. Quell'uomo amava oltremodo quella bestia senza lingua, perché anni prima gli era rimasta in eredità dal padre suo, che Dio l'abbia in gloria.
Anche l'orso, in tutti quegli anni, si era affezionato a quell'uomo e non metteva piede fuori della riga che quello gli tracciava. Gli dicesse siedi, sedeva; gli comandasse con dolcezza alzati, si levava da terra; gli ordinasse sta' ritto, si drizzava sulle due zampe; gli dicesse gira, girava su se stesso con gusto e con voglia; gli portasse sulla lingua la parola battimani, batteva le zampe; e ballava anche; insomma, si capivano l'uno con l'altro a un cenno o a certe parole precise.
Talvolta andavano per i quartieri, per le piazze e per i viali, e davanti a spettatori d'ogni età allestivano il loro programma e mostravano la propria arte. Alla fine la gente si arrendeva all'ingegno dell'orso e, per garbo e per gentilezza e per riconoscenza, donava monete e denaro di carta. L'uomo restava contento, e contento anche l'orso.
Erano famosi tutti e due a tal segno che perfino le loro fotografie uscirono più volte sui giornali e sulle riviste, e alcuni li chiamavano alle nozze o alla circoncisione dei loro figli maschi, perché offrissero agli ospiti la loro bravura. In questo modo quell'uomo provvedeva al proprio sostentamento, e teneva l'orso per membro della famiglia a pieno diritto.
Una volta quell'uomo e l'orso pieno d'ingegno, avvezzo all'indole curiosa degli uomini, davano prova della loro arte alla festa del figlio settenne di un pover'uomo. Gli occhi dei piccoli e dei grandi, dai sette ai settant'anni, vedendo la bravura dell'orso, mandavano lampi e si accendevano di gusto e di ardore. La contentezza del padrone della festa, per aver potuto radunare tutta la gente del suo quartiere, non aveva termine né confine, ed egli se ne gloriava.
In quell'istante venne un altro uomo, ed era un poco brillo. Prima ancora che quello avesse aperto bocca, il padrone della festa tirò da parte il padrone dell'orso e lo avvertì:
– Sta' in guardia: quell'uomo è un ubriacone e un immondo, un giocatore incallito, e la sua boria e la sua superbia non hanno misura.
L'ammaestratore d'orsi non lasciò trapelare nulla, con un cenno del capo disse «va bene» e sorrise. Quando fu tornato, quell'uomo, per il fatto che gli avevano rotto un discorso non ancora cominciato, con un certo risentimento propose:
– Il tal giorno faccio festa anch'io. Voglio che tu mostri la tua arte.
– Il tal giorno non posso, perché sarò impegnato a un'altra festa, ho promesso da tempo.
La risposta non piacque all'uomo brillo.
– Ti do il doppio della somma! Acconsenti.
– Non è possibile. Guastare la festa di un altro uomo, sia pure povero, e ferirgli il cuore, è vergogna e peccato. Anche lui ci ha chiamati in casa sua con la sua speranza.
– Acconsenti: ti pago tre volte il prezzo della tua fatica, per te e per il tuo orso apparecchio a parte una tavola sontuosa, vi faccio doni! – e insisteva ancora.
– No, non posso.
– Perché? Il molto denaro non ti garba?
– Il tuo carattere non mi è andato a genio.
– E che t'importa del mio carattere? Tu sei un buffone, un servitore, un asino che dice eccomi! Nient'altro! Non hai peso alcuno! Se voglio, a un cenno del mio dito ti caricano in catene, te e il tuo orso, e ti portano da me, e voi ballerete mezzi morti! Hai capito?!
– Tu non mi spaventare, e non fare il gradasso con le tue minacce. Vieni, meglio, domandiamo all'orso se è d'accordo o no. Se dice «sì», qualche rimedio lo troveremo. Se no…
– All'orso? A questa bestia?
– Questa bestia è il mio amico disinteressato.
– Ti sei forse mangiato il senno, che prendi consiglio da una bestia?!
– Se non vuoi, padronissimo.
– E sia, che il malanno vada dietro a te e al tuo orso fulvo. Domanda! Su, vediamo che voce ne esce.
L'ammaestratore d'orsi vide che la gente all'intorno, gli ospiti di quella festa modesta, seguivano con il più vivo interesse la disputa e la contesa fra lui e l'uomo brillo, e adesso l'orso. Lui, che nella sua vita era caduto molte volte in situazioni di questa specie, non si smarrì per nulla. Conosceva bene e con precisione l'indole del suo orso.
– Caro amico! Vuoi andare alla festa di quest'uomo e servirlo?
L'orso per qualche istante guardò dalla parte di quel pretendente come con occhio scrutatore. Ma restò in silenzio.
– Rispondi, te ne prego! Non aver vergogna, sii ardito!
– Sei matto tu, per Dio, sei matto! – disse l'uomo brillo.
In quel punto l'orso batté più volte la zampa a terra, poi, pieno d'ira, ringhiò un poco, e infine con un cenno del capo disse come «no, non voglio!».
La gente per questo batté le mani. Alcuni, allegramente, levarono il grido di «bravo!». L'ira dell'uomo brillo, che si era del tutto rinsavito, si levò.
– Maledetto il padre di un orso come te! Tu e il tuo padrone non mi conoscete, e non avete ancora fatto il bucato col mio sapone!..
La minaccia non era ancora finita che l'orso ringhiò più forte. Quell'uomo, messo alle strette e tenendosi per offeso, borbottando uscì dal cerchio… Il padrone gettò in bocca all'orso un pane di zucchero.
In questo mezzo passò qualche tempo. Ogni volta che l'ammaestratore d'orsi si ricordava per caso di quel colloquio con l'uomo brillo, si sentiva a disagio. E passò più di un anno, e anche il volto e la figura e le minacce di quello si cancellarono. Soltanto, non sapeva che la faccia sgradevole di quel nobile personaggio, che mesceva insieme il vino e il gioco d'azzardo e sulla strada della vita si teneva per fortunato, era rimasta per tutta la vita sulla tavola della memoria dell'orso di buon ingegno…
Ma contro ogni aspettativa quell'uomo brillo e i suoi due compagni di bicchiere e di gioco arrivarono all'improvviso. Aprì con un calcio il portone dalla catena sciolta del cortile dell'ammaestratore d'orsi. La moglie del padrone di casa, che sotto la veranda si affaccendava, sobbalzò in piedi. E vedendo gli ospiti non invitati cadde in stupore.
– Dov'è l'orso? – domandò senza saluto né risposta l'uomo, brillo anche adesso.
La donna accorta vide che gli occhi di quell'uomo si erano riempiti di sangue e che il suo proposito era senza benedizione; ciò nondimeno non si perse:
– Eccolo, alla catena sotto il noce…
Il padrone dell'orso, udita la voce dell'uomo, uscì di persona.
– Ebbene, – disse. – Che cosa vuoi?
Il suo antico avversario, ubriaco fradicio, a un tratto si trasse di sotto l'ascella una pistola.
– Adesso lo vedrai! – minacciò. E rise forte. – Ti sparo in bocca, e non troverai più il tempo di prender consiglio dal tuo orso, e non riderete più alle mie spalle. In ogni caso ti do modo di recitare la professione di fede e di dire il pentimento.
Portò la canna dell'arma dritta contro il viso del padrone dell'orso.
In quel punto l'orso ringhiò.
– Non tirarti addosso l'ira di Dio! – ammonì con fermezza il padrone del cortile.
Il ringhio dell'orso suonò più alto.
– Bestia com'è, eppure sente l'odore della morte del suo padrone, eh? – e guardò verso i due compagni. – Avete visto che voce manda. E voi, quando facemmo la scommessa, dubitavate che un orso potesse capire il discorso di un uomo!
– Ti abbiamo creduto sulla parola; su, lascia stare, amico, che tu non abbia a suscitarci qualche sventura sul capo, – e uno dei suoi compagni tentò di sbarrargli la strada.
– No! Ho fatto scommessa con voi che lo stendo con un colpo solo! Non torno sulla mia parola. Su, tu, uomo dell'orso, mostra la tua arte! Libera l'orso dalla catena! Tutta la vita è stato incatenato per il tuo appetito; almeno prima di morire si senta in libertà…
– Non tirarti addosso l'ira di Dio, ti dico!
– Lascia Dio in pace da una parte! Su, passa avanti!
L'uomo, non avendo scelta, mosse verso il vecchio noce. Contro un ubriaco armato non sapeva che rimedio cercare. Tolse l'anello della catena dal collare dell'orso. La bestia alzò il capo e fissò gli occhi sul proprio padrone: a quanto pareva era stupita. Poi con la zampa anteriore destra raschiò più volte la terra.
– Guardate un po'! Si sta scavando la fossa da sé! – rise l'uomo ubriaco. – Tirati da parte! – gridò verso il padrone dell'orso. – E sta' a guardare il tuo amico a quattro zampe morire con un colpo solo! Meno male che non abbiamo ucciso prima te.
E, messosi in ginocchio, prese di mira la fronte dell'orso. L'orso guardava dritto e senza paura la pistola. D'un tratto si drizzò sulle due zampe di dietro.
L'uomo ubriaco fece fuoco. O per paura, o per il proposito di stendere la bestia con un colpo solo. E la mano gli tremò, si vede, perché il colpo andò a vuoto. L'orso, montato in collera, con un solo balzo squarciò con quella stessa zampa anteriore destra la gola dell'ubriaco. Il sangue zampillò. L'ammaestratore d'orsi e sua moglie, tanto la sciagura era accaduta all'improvviso, rimasero muti e non trovarono la forza di mandare un grido.
L'uomo dedito al vino e giocatore accanito, affogato nel sangue, rantolava e agonizzava.
Il padrone dell'orso vide che di quei due compagni non era rimasta né traccia né ombra…
Poco dopo giunsero un ispettore di polizia e altri due agenti. Prima fecero minutamente le fotografie. Poi frugarono le tasche del giocatore. Ne uscirono due mazzette di denaro.
– Questo è vostro, – disse l'ispettore, porgendo una mazzetta al padrone dell'orso.
– Perché? – si stupì.
– Prendete, prendete: è il risarcimento della minaccia e della violenza.
– No! – fu la risposta che udì. – Che me ne faccio io del suo denaro sporco? Se a voi non serve, datelo alla sua famiglia…
Arrivò anche il «pronto soccorso».
– Portate il cadavere all'obitorio! – ordinò l'ispettore…
L'uomo, dentro la foresta, con l'inganno rinchiuse in gabbia il leone – il re degli animali –, e il leone ruggì con tutta la sua potenza, ma nessuna delle bestie accorse in suo aiuto…
Il nonno e il nipote, l'uno e l'altro con i sensi sconvolti, si salutarono brevemente e in silenzio presero la via della riva. Nessuno dei due, tanto camminavano prigionieri di pensieri torbidi, trovava l'ardire di portare per strada una parola sulla lingua. Pareva temessero che, se avessero aperto bocca, in quel medesimo istante tutti gli abitanti della metropoli sarebbero insorti in tumulto e il fiume, che scorre con moto uguale, avrebbe d'un colpo mutato il suo corso. O, peggio ancora, il cielo sarebbe rovinato sulla terra e si sarebbe compiuto il giorno del Giudizio…
Giunsero al caffè della riva. Il vecchio scelse un angolo lontano e poco frequentato, e il nipote mosse i passi dietro al nonno. Sedettero al tavolo e ordinarono il caffè. Quando il cameriere portò il caffè, il vecchio ne pagò subito il prezzo, perché il loro colloquio potesse svolgersi a loro agio e in pace.
Dalla riva del fiume l'isola e lo zoo stavano scoperti davanti ai loro occhi. Il vecchio guardò da quella parte.
– Ebbene, nonno, a quale conclusione siete giunto? – finalmente al nipote traboccò la coppa della pazienza, e aprì il discorso.
– A nessuna! – disse il nonno, e raccontò il colloquio che quella mattina aveva avuto con i leoni e i lupi e le tigri, le volpi e le scimmie e i leopardi e gli sciacalli e le altre bestie.
E di nuovo per un istante restò affogato nel silenzio.
– Le bestie hanno smesso lo strepito e lo spasimo, e allora dov'è il motivo d'inquietudine? – domandò il nipote; e poi, come se avesse dormito e si fosse svegliato, gridò all'improvviso, improvviso anche per se stesso: – Nonno! Adesso ho capito! Ma davvero voi conoscete e intendete la lingua di quelle bestie, e anche loro hanno familiarità con la vostra?
Il vecchio taceva sempre; a quanto pareva spiava il momento, che venisse l'occasione propizia ed egli svelasse il suo discorso principale.
– O mi state raccontando una fiaba, nonno? – doveva aver sentito quell'esitare, ché il nipote lo sondò.
– No, gioia del nonno, no! Fosse una fiaba, e io e te ce ne staremmo adesso seduti del tutto spensierati, godremmo del canto del fiume e, gettato lontano il sentimento del pericolo, non andremmo atterriti dietro al pensiero di che cosa ci verrà sul capo domani o dopodomani.
– Il vostro discorso pare oltremodo pieno di mistero, nonno! – disse Shervon.
– Capisci, a dire il vero, ho paura di aprire bocca.
– Perché? Qui attorno nessuno sente il nostro discorso. State con l'animo in pace.
– Quando dentro le gabbie il nostro discorso, come si suol dire, fu cotto e le bestie scelsero il silenzio, passai nel bosco dello zoo, per acquietare un poco il tumulto del cuore e del cervello e per riprendermi in mano. Nel medesimo tempo una qualche forza invisibile mi spingeva da quella parte. Abbracciai un albero, perché il corpo e l'anima trovassero spirito nuovo…
Il vecchio, quasi a conferma della verità del suo racconto, fissò gli occhi verso il bosco dello zoo. Il nipote, tutto assorto, non riusciva a staccare gli occhi dal nonno.
– In quell'istante dal ramo dell'albero mi giunse all'orecchio una voce. Vidi che due gufi, posati l'uno accanto all'altro, ignari della mia presenza, si dolevano di me, o più precisamente ridevano del mio stato.
– Io dormo o sono sveglio, nonno?
– Magari dormissi, gioia del nonno! Ecco, ascolta il seguito del discorso dei gufi. Uno dei gufi disse: «Che uomo ottuso e istupidito, che sempliciotto e che sciocco è costui!» L'altro soggiunse: «Se non fosse uno sciocco, avrebbe creduto alle parole delle bestie e si sarebbe lasciato ingannare?» Il primo gufo soggiunse: «Queste bestie, feroci all'apparenza e in realtà atterrite, non hanno aperto il segreto del cuore, sono rimaste zitte, e perciò quell'uomo ignorante ha smarrito la strada». Il secondo gufo disse: «Se anche a te ogni mezzanotte fitta e buia venissero otto o dieci orchi tarchiati e alti di statura, dalle braccia poderose, dal corpo coperto di pelo da capo a piedi, e sprizzassero fuoco dagli occhi, e mettessero terrore, la lingua ti resterebbe legata, o diventeresti muto!» Il primo gufo diede fine al colloquio: «Così quell'uomo, ignaro dell'assalto degli orchi, se n'è uscito dalle gabbie con il cuore tranquillo. Quando invece gli orchi tornano di nuovo all'alba, e aprono le porte delle gabbie, ed entrano dentro…» Detto questo, gli uccelli chiusero il becco…
Shervon, per lo stupore senza misura, teneva gli occhi spalancati e non batteva ciglio, e non trovava parola da portare alle labbra. Che gufi? Che orchi? Perché minacciavano le bestie? E poi, di dove vengono quegli orchi? Sono fantasmi, loro, o spiriti?..
– Non so chi siano, che cosa siano e di dove siano…
– Misericordia! Dio mio! Voi, nonno, potete anche leggere o udire il mio pensiero, cioè il pensiero degli uomini? Se sì…
– No, gioia del nonno, come potrei? Fu tutto per caso…
– E adesso che facciamo?
– Non so. Me ne sto sospeso in mezzo a un crocevia.
– Forse dovremmo avvertire il capo dello zoo…
– Hmm… Quello riderà di noi. Terrà per fandonia il mio sospetto.
– Scriviamo al sindaco della città, o più in alto ancora, al primo ministro… E se davvero quegli orchi esistessero e avessero preso qualche cattivo proposito? Che sarà allora?
– Allora il sindaco e il primo ministro terranno me e te per matti.
– Ma insomma, qualche passo dobbiamo pur muoverlo!
– No!
– Perché, nonno?
E il nonno e il nipote guardarono verso il fiume. Ma non avevano speranza alcuna che l'acqua corrente udisse il sospiro del loro cuore e lavasse via la polvere della loro anima.
Il gallo cantò e il leone, già pronto al balzo, fuggì; l'asino, che stava con il re delle galline, si fece ardito e corse dietro al re della foresta… poco dopo il leone tornò indietro e si avventò sull'asino…
C'era e non c'era, ed è vero con ogni probabilità, che per anni nel recinto del Grande Circo viveva un cane, un comune cane da pastore. La bestia, tenendosi per padrona del dentro e del fuori dell'edificio, andava a suo agio di qua e di là. La gente di buon cuore portava da casa, per questo cane silenzioso e innocuo, ossa e avanzi di carne. Vale a dire che il suo ventre era sempre sazio. Perciò la mattina accoglieva scodinzolando quasi tutti gli impiegati del circo. Ed erano contenti loro, e nel medesimo tempo stava con l'animo in pace anche il cane.
Nessuno ricorda come, di dove il cane sia comparso in quel luogo, o chi ve l'abbia portato. Ciò nondimeno, piccoli e grandi si erano abituati a quella bestia.
Di tanto in tanto il cane entrava nel serraglio del circo e, da dietro le sbarre, contro gli orsi e i lupi e i leoni e le tigri alzava la voce abbaiando, con aria da valoroso. Nessuna di quelle bestie faceva caso allo schiamazzo del cane.
A poco a poco fece amicizia soltanto con la tigre. Da allora andava dritto davanti alla gabbia della tigre. Ed essi si mettevano a discorrere, perché s'intendevano l'uno la lingua dell'altro.
– Che creatura infingarda, però! – la rimproverò una volta il cane. – Ogni volta che vengo, ti trovo distesa lunga a dormire, o sprofondata nel tuo silenzio…
– E secondo te di che dovrei occuparmi? – domandò la tigre.
– Che ne so io? Insomma, tu sei una tigre. Drizza la persona, scuotiti.
– E poi?
Il cane non portò più parola alle labbra. Guardava stupito verso la sua amica.
– Io un tempo, davvero, ero una tigre. La mia maestà, il mio ruggito facevano tremare tutto all'intorno. Tu non puoi immaginare con che gusto la gente batteva le mani alla mia arte. Quando spiccavo il salto, quando volavo attraverso il cerchio pieno di fuoco, o salivo sopra il gran pallone e lo facevo girare…
– E adesso perché non esci in scena? – domandò il cane.
– E chi mi ci lascia andare, sciocco che sei? Il mio antico domatore non viene neppure da me. O meglio: mi ha del tutto dimenticata.
– Non prendertela…
– Che c'è da lamentarsi. Sono invecchiata. Vecchia e decrepita! Anche i miei figli, che sono parecchi, non vengono a chiedere di me. Tutto il loro daffare è il pensiero della scena e dei salti. Sono ubriachi di gloria!
– Ma il tuo ventre è sazio e i tuoi guai lontani, no? O te ne stai a digiuno?
– No, grazie a Dio, ogni tanto mi buttano la carne di questa o quella bestia morta.
– Sì, se non sei ridotta a mendicare un boccone, è già buona cosa, – disse il cane.
– Che altro rimedio c'è… Aspetto.
– Qui è il circo, amica. Anche se sei una tigre, mettiti ad aspettare.
– Aspettare che cosa?
– Aspettare la morte!
– La morte?
– Sì, amica. Appena sarai crepata, ti riempiranno la pelle di paglia e metteranno il tuo fantoccio nel museo. La tua carne la daranno alle altre bestie. Il mondo del circo è questo. Tu non prendertela…
Un tempo nel territorio della metropoli esistevano centinaia di biblioteche e di splendide librerie. A poco a poco la gente voltò le spalle a questa rara conquista sociale chiamandola «avanzi che non servono»; l'ambiente li costringeva a questo, e per necessità una parte di loro leggeva il «libro elettronico». Altri consegnavano come carta straccia migliaia di volumi della propria ricchezza e ne ricevevano spiccioli. E restavano contenti d'essersi liberati del carico superfluo della loro casa.
La fortuna o la sventura di questa specie di gente stava in ciò, che d'un tratto scoprirono: anche senza leggere libri era stato possibile diventare padroni di automobili sontuose, di mazzi e mazzi di denaro guadagnato senza pena, di palazzi a molti piani e pieni di fasto, di cariche elevate. Il gusto e il piacere della vita stavano nascosti qui, e noi, teste semplici, non ne sapevamo nulla! E si tenevano per la colonna del mondo…
In luogo delle biblioteche si drizzarono moderni supermercati e ipermercati. Del libro restò il ricordo, e con ciò sia detto tutto!
Il maestro di centoventicinque anni non andò dietro alle esigenze e alla moda del tempo. Comprava e conservava i libri e i manoscritti antichi. Col volgere del tempo la sua ariosa biblioteca, in un sobborgo lontano, si mutò in luogo degno d'esser visto, in quello che si chiamò un museo del libro. Ai ragazzi e ai giovani, che di rado mostravano interesse e in fondo venivano per ammazzare il tempo, raccontava con il più vivo trasporto. Quando prendeva in mano questo o quel libro raro, per la commozione gli tremava la mano.
Quegli spettatori capitati per caso ridevano del misero stato del vecchio maestro e se ne uscivano dal suo museo. Il padrone dei libri si consolava il cuore dicendo: «in ogni modo qualcuno è venuto, ha saputo che il libro esiste, e questo di per sé è già molto», e passava nella sua abitazione, che si trovava accanto al museo del libro.
Il vecchio maestro aveva un asino. Di colore grigio cenere. La bestia, il cui lavoro è lecito ed essa stessa illecita, visse tutta la vita all'aperto. Non aveva paura né del sole né della neve e della pioggia.
Accadde che sul quartiere del maestro piombasse un branco di lupi affamati, che sbranavano e divoravano gli asini e le vacche o le pecore della gente. E la gente cadde nello spasimo. Si rivolsero alla polizia. La polizia disse che essa ha a che fare con gli uomini, non con le bestie.
Perciò il maestro, non avendo stalla, di notte era costretto a portare il suo asino in mezzo al museo del libro e a legarvelo, perché non avesse a diventare preda dei lupi.
Un giorno fra i giorni condussero un gruppo di ospiti stranieri a visitare il museo del libro. Poiché si erano dimenticati di avvertire il vecchio, o non l'avevano ritenuto necessario, la porta del museo era chiusa a chiave. E il vecchio maestro, che di tanto in tanto soffriva del male della smemoratezza, dimenticata la presenza dell'asino là dentro, fa passare avanti gli ospiti e i padroni di casa. Gli stranieri, che vedevano un asino con i propri occhi per la prima volta, non ci fecero caso. Ma il capo dei padroni di casa diede all'asino un insulto così succoso che tutti lo udirono.
L'asino rise forte.
– Portate via questo orecchiuto senza cervello!
L'asino d'un tratto trovò la parola:
– Io non so leggere i libri, né mangio la carta. E allora qual è la mia colpa, che mi coprite di rimproveri?
I padroni di casa restarono impietriti.
Il vecchio maestro poco mancò che svenisse. Perché da anni era padrone dell'asino e non aveva notizia che l'orecchiuto parlasse la lingua degli uomini.
Gli stranieri, che avevano udito distintamente la domanda dell'asino, caduti in uno stupore senza misura, si facevano fotografare ciascuno insieme all'asino.
– Avete visto in che onore mi tengono! – gridò con orgoglio l'asino, – E poi mi chiamate orecchiuto senza cervello…
Nella metropoli del giovane, che è alto di statura, dal viso un poco tondo, dagli occhi neri, dallo sguardo chiaro e sempre serio, dalla corporatura piena e dai muscoli allenati, la vita di notte, a differenza delle grandi città del mondo, si svolgeva in perfetta quiete, e dopo le undici tutti i negozi e i grandi centri di commercio e i ristoranti sfarzosi chiudevano, gli innumerevoli alberghi a cinque stelle, a molti piani, che baciano il cielo, sbarravano dall'interno le loro porte di vetro trasparente e i portieri restavano fino all'alba in attesa dell'arrivo ormai raro di qualche ospite straniero, nelle strade l'andirivieni della gente s'interrompeva, di tanto in tanto questa o quella automobile correva di qua o di là a grandissima velocità, tanto le strade e le arterie e i viali rimanevano vuoti, e le luci di guardia degli edifici alti, se aveste guardato da lontano o dall'alto, avreste visto che ammiccavano di continuo, come per far sapere che la città è viva e respira con un ritmo uguale, e soltanto si è addormentata.
In quella notte della fine della primavera, quando gli alberi da frutto dei boschi e dei giardini dei lontani sobborghi della città avevano perduto il fiore e legato l'agresto, il cielo puro, senza velo e pieno di stelle fu d'un colpo schiacciato da una massa tumultuosa di nube nera, e la città, con le sue piazze e le sue strade e le finestre accese dei suoi edifici, si fece scura…
Sull'arteria principale, che comincia da quell'estremità della metropoli, passa in mezzo alla città e infine attraversa il ponte lungo due chilometri, era apparso d'un tratto uno spettacolo rarissimo e inaudito, o favoloso e gettatore di terrore. Migliaia e migliaia di serpenti piccoli e grandi, grossi e sottili, di ogni colore, velenosi e non velenosi, lunghi e corti, come una sola famiglia dalla discendenza innumerevole e avvezza all'obbedienza, presero a strisciare in fretta, in un ordine saldo e fermo, verso oriente e verso mezzogiorno.
Il Re dei Serpenti, con imponenza e con maestà e con pensiero, si drizzò un poco. Anche la Regina-Serpente, presa dall'agitazione, si levò al fianco del marito.
– Sento il polso e il tumulto ribelle di tutte le bestie dello zoo; tu lo senti? – disse il Re dei Serpenti, senza fermare il suo moto.
– Sì! – confermò la Regina-Serpente.
– Il loro sangue entra in ebollizione: qualche jinn o qualche uomo suscita nei loro cuori e nei loro occhi lo spavento, e fra loro la sommossa, – espresse in lingua di serpente il proprio pensiero il Re dei Serpenti.
– Tutte quante le bestie sono chiuse dentro gabbie di ferro… e allora che cosa le mette in agitazione? – disse il suo dubbio la Regina-Serpente.
– Ciò nondimeno, tu lo senti: l'aria del fiume, l'onda della sua acqua prendono un altro tono. Forse anche l'acqua del fiume sente il pericolo e la sciagura prossima ad accadere? – domandò il Re dei Serpenti.
– E se trovassimo un modo di avvertire gli uomini? – disse la Regina-Serpente.
– No, adesso dormono tutti spensierati, e dopo non avrà più senso.
– Perché? – si stupì la Regina-Serpente.
– Che semplice sei! Perché non capiscono la nostra lingua. Quando la città si sarà svegliata, quando gli uomini saranno tornati in sé, lo sentiranno da sé, c'è da credere. Non sono sordi o ciechi da capo a piedi… Strisciamo più in fretta! – comandò a tutta la sua stirpe il Re dei Serpenti.
Quando la moltitudine dei serpenti giunse sul famoso ponte della metropoli, avvenne un altro fenomeno strano e pieno di mistero – uno dietro l'altro si gettarono tutti dentro il fiume… Tutto quanto somigliava a un miraggio e a un sogno.
Il giorno dopo per tutta la metropoli si levò il tumulto, e lo sgomento prese la gente, benché forse uno o due milioni di persone non credessero a quel passaggio notturno dei serpenti e lo tenessero per una voce senza fondamento. Ma in alcune strade si trovarono automobili che parevano rimaste impietrite, e sotto le loro ruote giacevano schiacciati alcuni serpenti di varia specie. La cosa più stupefacente di tutte era che tutti i guidatori e i passeggeri dentro quei veicoli avevano perduto la vita e avevano gli occhi rimasti aperti. Verso sera diedero notizia che quelle persone erano morte per effetto d'una paura e d'un terrore che gettavano l'orrore…
La scimmia fu accolta come sultano degli animali, e alla volpe montò il sentimento dell'invidia, e con il pretesto di un tesoro nascosto condusse la scimmia presso una tagliola e ve la fece cadere. La scimmia la rimproverò aspramente. La volpe disse:
– O scimmia, tu che non sai distinguere un tesoro da una tagliola, come puoi dunque essere sultano degli animali?
Quella sera stessa il vecchio passò a lungo in rassegna con attenzione i dintorni dello zoo, e a suo parere non trovò né avvertì fondamento o indizio alcuno che desse motivo d'inquietudine. Perciò non trovò in sé l'ardire, né lo ritenne necessario, di turbare senza ragione il direttore generale. In verità, chi crede a sospetti personali e alla probabilità che qualche calamità venga a scoppiare, se ci è lecito parlare così? I pensieri dal riflesso vano del vecchio non li terrebbero per più di una fandonia. In ogni modo diede ordine che quella notte, e anche l'indomani, non si lasciassero uscire le bestie nel bosco del recinto. Domandarono: «Perché?» Rispose: «Non lo so.» Poco mancò che dicesse: «così mi testimonia il cuore». Meno male che non levò la polvere prima della mandria, altrimenti fra i colleghi sarebbe nata la voce e il clamore che il vecchio era impazzito… Alla fine, dicendo «sia quel che sia!» e insieme «misericordia!», se ne andò a casa prigioniero di pensieri senza fondo.
Se fosse uscito un poco prima, davanti all'ingresso principale della riva destra dello zoo avrebbe senz'altro incontrato il nipote. Shervon non aveva intenzione di vedere il nonno; anzi si diede ogni cura perché poche persone, e soprattutto pochi fra gli impiegati dello zoo, lo vedessero entrare nel recinto. Anche l'ora della visita andava alla fine, e di rado passava qualcuno in fretta davanti alle gabbie delle bestie. Shervon si perdette senza farsi notare fra i visitatori e poco dopo si rifugiò dalla parte del recinto folto di cespugli e d'alberi. Ignaro che quella sera le bestie non le avrebbero fatte uscire, voleva salire su uno degli alberi folti di foglie e di rami che qualche giorno prima aveva adocchiato, e restare ad aspettare nel mezzo del tronco, in un punto comodo per sedersi o per appoggiarsi. Benché in quel momento non avesse un briciolo d'idea, né potesse prevedere, chi o che cosa avrebbe aspettato. E fino all'alba, per giunta. Non arrivava a intenderlo per nulla, ma lo sentiva: una qualche forza lo spingeva a metter mano a quel passo. Tanto ferma era la sua risoluzione, che dentro il suo zaino moderno mise acqua e pane e salame e aglio, mele e pomodori e cetrioli, perché nella lunga notte, se fosse rimasto ad aspettare senza far nulla, non gli venisse il tormento della fame…
In questo mezzo l'oscurità coperse tutto all'intorno, ormai non si vedeva più nessuno, soltanto qua e là le lampade dei viali e dalla parte dei casotti di guardia degli ingressi ardevano fioche fioche. Così, tanto per mostra…
Così la notte passò la sua metà. Dappertutto quiete e pace; soltanto di tanto in tanto lo strepito o il ruggito di questa o quella bestia turbava l'aria. Ciò nondimeno ogni tanto il sonno prendeva il nipote del vecchio. Guardò il cielo. Era del tutto puro e senza velo, e anche le stelle parevano tacere. «Anche loro, a quanto pare, sono inquiete come me, e hanno perfino paura di ammiccare, o non ne trovano il tempo» – pensò Shervon.
In quel momento l'acqua alla riva del fiume sciabordò, benché in quella notte non tirasse vento. Perciò non ci fece caso. Ma l'acqua del fiume una seconda volta si mise in tumulto più forte. E, Dio mio, Shervon nella mezza oscurità vide a fatica che certe creature uscivano di dentro l'acqua. Batté le palpebre una volta e due, si pizzicò il gomito: no, non era sogno, era sveglio. Le creature, ormai ben visibili, usciti dall'acqua correvano a rotta di collo verso l'ingresso dello zoo. Shervon si mise a filmare con il suo tablet, che a ogni buon conto aveva preparato per tempo. Quelle creature, che somigliavano a uomini altissimi di statura e nerissimi, con un solo sforzo aprirono le porte dei casotti di guardia di tutti e tre gli ingressi dello zoo, e una di loro scagliò fuori senza pietà, con una mano sola, la guardia insonnolita, come se prendesse nel palmo un gatto imbrattato di brodo. Un'altra creatura sollevò in alto senza fatica la guardia con due mani, come un bastone secco, e gli batteva la schiena contro il ginocchio che aveva alzato. Tutte e tre le guardie non trovarono modo neppure di gridare.
Shervon, benché l'orrore gli avesse trovato la via nel cuore, si riprese in mano e salì su un ramo più alto dell'albero. E gettò lo sguardo verso l'ingresso della riva sinistra. Anche da quella parte creature dello stesso genere si affaccendano. Non smetteva un istante di filmare.
Ecco: quegli orchi della cui esistenza i gufi avevano dato notizia al nonno, e sulla cui esistenza ormai neppure nel cuore di Shervon restava dubbio, corsero verso le gabbie delle bestie. Era venuta la falsa alba e le stelle del cielo sparivano a una a una dalla vista. Il nipote del vecchio vide che da tutte e quattro le parti gli orchi aprivano senza sforzo, con una sola tirata, le porte delle gabbie ed entravano dalle bestie…
Nelle innumerevoli strade e nei viali della metropoli la vita si svegliava ogni giorno alle cinque del mattino, e di istante in istante il suo corso saliva al colmo. Gli orchi forse non erano a conoscenza di questa particolarità; ma con lo spuntare dell'alba si levò d'un colpo il suono dei ruggiti e dei ringhi assordanti di decine, di centinaia di bestie dello zoo, ed esse si riversarono nelle strade e nei viali e nelle piazze della grande città ancora addormentata.
Lo sgomento schiacciò Shervon, che con il tablet in mano se ne stava ritto e impietrito in cima all'albero ed era rimasto oltremodo attonito e stupefatto di quel che aveva visto. Malgrado il fatto inaudito accaduto davanti ai suoi occhi, e di cui era stato testimone con gli occhi del capo, non perdette il senno né la forza dell'intendere, e telefonò al nonno:
– Nonno, so che voi vi svegliate presto: il sospetto vostro e mio è venuto vero, gli orchi hanno cacciato fuori tutte le bestie dello zoo per i quattro lati della metropoli.
– Tu da chi l'hai saputo?! E adesso dove sei? – e udì, senza aspettarsela, la voce fredda del vecchio.
– Io? In cima a un albero del bosco e del recinto dello zoo. Sto per buttare in rete, su internet, le riprese che ho fatto.
– No, per ora non aver fretta. Aspettami. Hai capito? Arrivo subito. Quel che viene dopo lo vedremo…
Il primo ministro, che nel corso di alcuni anni aveva studiato per tempo, insieme all'esperienza di altre metropoli, molte conseguenze d'incendi e d'inondazioni e di terremoti e d'esplosioni di gas e d'incidenti d'automobili e di treni e d'aerei e di cose simili, appena udì che le bestie si erano impadronite della città, restò per qualche istante stupito e impietrito. Un fatto di questa specie era davvero inaudito.
Il suo aiutante gli diede mezzo bicchiere d'acqua di sorgente. La bevve e tornò in sé. Diede ordine di dichiarare attivo lo stato maggiore d'emergenza e di convocarne i membri.
– Immediatamente! – gridò, e insistette. – Oggi è sabato, giorno di riposo, e perciò trovateli anche se dovete cavarli di sotto terra. Che si presentino subito!
L'aiutante uscì di corsa dall'ufficio.
La segretaria comunicò per la linea interna che il sindaco della metropoli desiderava parlare con il signor primo ministro.
– Signor primo ministro! Si è prodotta una situazione molto brutta, addirittura piena di sciagura.
– La vostra proposta, sindaco?
– In questo medesimo istante, se voi me lo permettete, dichiarerei lo stato d'emergenza nel territorio della metropoli…
– La polizia provveda tutti gli asili e le scuole e i collegi, i ginnasi, gli ospedali, di guardie armate. Meglio ancora, se gli abitanti tengono in casa i loro figli. Mettete in piedi tutte le strutture competenti. Ogni mezz'ora diano notizia a voi e a me. Voi stesso fate un giro per la città, per i suoi centri principali, e prendetene conoscenza, cioè vedete con i vostri occhi, perché si capisca che cosa sia questa faccenda e come stiano le cose. Poi, dritto da me! Lo stato maggiore d'emergenza è attivo!.. La fortuna vi accompagni! E abbiate cura di voi!
– Grazie, signor primo ministro! – e con ciò il colloquio s'interruppe.
In quell'istante, senza chiedere permesso, entrò l'aiutante con in mano un potente binocolo militare.
Il primo ministro lo guardò in faccia come per dire: che c'è?
– Ho fatto pervenire a tutti i ministri il vostro ordine. Ho insistito perché prima prendano i provvedimenti secondo le circostanze e poi si presentino allo stato maggiore d'emergenza. Dal tetto del nostro edificio – il quindicesimo piano – la maggior parte dei viali e delle piazze della città si vede come sul palmo della mano. Ho pensato che, in ogni caso, voi stesso vorreste dare un'occhiata ai luoghi della città. Un'idea generale, forse, se ne potrà ricavare.
I leoni – i re delle foreste –, secondo le leggende, sono fuggiti dalla mano dell'uomo nel territorio del deserto vuoto, dal caldo che fiacca ogni sopportazione!..
Circa un'ora dopo il primo ministro entrò nella sala dello stato maggiore d'emergenza. I presenti nella sala si levarono in piedi.
– Sedete! I vostri telefoni restino accesi! Ogni notizia che arrivi, avvertitemi subito! – comandò, e si volse al suo addetto stampa: – Che cosa dici?
– Signor primo ministro! Tutte le nostre reti e alcuni organi d'informazione mondiali hanno diffuso notizie e servizi. Vale a dire che tutto il mondo ne è informato. Ma sulla causa che ha fatto scoppiare il fatto non c'è nessuna analisi precisa.
– Ministro degli interni! – disse breve il primo ministro.
– Il fatto è accaduto all'improvviso. Nessuno se l'aspettava. Secondo quanto richiede lo stato d'emergenza, centinaia di ufficiali di polizia hanno posto sotto protezione e sotto sorveglianza tutti gli edifici amministrativi e statali, venti reti televisive, tutti i ponti grandi, i ministeri e le università e le scuole e gli asili.
– Secondo voi, le bestie vogliono fare un colpo di stato? – domandò con scherno il primo ministro.
– No, io secondo il regolamento… Gli elicotteri stanno studiando la situazione della metropoli e insieme riprendono le immagini.
– Sindaco della città!
– Signor primo ministro! La situazione in sostanza è tesissima. Quando le bestie sono uscite nelle piazze e nei viali, era proprio l'ora in cui la gente va al lavoro. È naturale che, vedendosi davanti i predatori, persone spensierate e ignare dell'accaduto abbiano levato un tumulto e, in cerca di riparo, si siano gettate ai quattro lati.
– Ditemi, qualche predatore si è avventato sugli uomini, o no? – domandò il primo ministro.
– Sì, – rispose il ministro degli interni. – Me l'hanno comunicato in questo istante. Quando una coppia di leoni è uscita su un'arteria dal traffico veloce, i guidatori si sono smarriti e decine di automobili sono finite in incidente. Alcune persone, purtroppo, sono morte e altre hanno riportato ferite. Considerato quel che stava accadendo, un agente di polizia spara al leone con la sua pistola. La leonessa allora gli è saltata addosso e gli ha stritolato la gola fra i denti… Ed è fuggita…
– Chi ha dato l'ordine di sparare alle bestie?
– Nessuno! A quanto pare per paura, e con l'intento di riportare la situazione alla calma.
– Avvertite ancora una volta ogni singolo agente di polizia, che non gli venga di sparare di propria voglia a ogni bestia che gli capiti davanti.
– Il direttore generale dello zoo è stato convocato?
– No, – disse l'aiutante. – Non è membro dello stato maggiore. È colpa nostra, scusate, rimediamo subito.
– Non ce n'è bisogno, – rispose il ministro degli interni. – Noi l'abbiamo arrestato stamattina in casa sua.
– Per quale sua colpa? – domandò il primo ministro.
– È al corrente della propria morte, e della rivolta o della fuga delle bestie dello zoo no! Hanno pensato che scappasse. A ogni buon conto l'hanno fermato. Ho dato ordine: lo portano subito.
– Chiedo scusa, signor primo ministro! – si levò dal suo posto il ministro della sanità. – Le automobili del «pronto soccorso» hanno portato agli ospedali quasi cento persone che, nell'affanno per la vita, sono cadute e rialzandosi sono rimaste ferite.
Il primo ministro non disse parola. Con l'animo abbattuto voleva digerire le poche informazioni udite fino a quel momento e capire come stessero in verità le cose. Riusciva difficile intendere e immaginare come una grande città quieta e tranquilla si fosse mutata in un istante in un ambiente che getta l'orrore: e lasciamo stare il vederlo, ché soltanto a udirlo il corpo dell'uomo fa la pelle d'oca e rabbrividisce. Dalle parole dei responsabili si sarebbe detto che un turbine di jinn avesse preso la metropoli da un capo all'altro; e secondo le notizie di altre fonti alcune persone di volontà debole o dal corpo malato erano cadute morte sul posto, come folgorate.
– Signor primo ministro! – si levò dal suo posto il sindaco della città. – Una folla di scimmie piccole e grandi ha assalito il mercato settentrionale e ha disperso compratori e venditori. Il padrone del banco delle banane ha piantato un coltello nel ventre di una scimmia, e la bestia giace ferita e insanguinata. Le altre scimmie hanno preso quell'uomo sotto i loro piedi e…
– Perché sei rimasto zitto? – domandò il primo ministro, spazientito.
– Non si sa se sia vivo o morto. Nessuno di quelli che si sono rifugiati dentro le botteghe ha l'ardire di avvicinarsi. Dicono che le scimmie saltano e balzano e fanno festa sopra e attorno al corpo di quel disgraziato, come se ballassero. E poi, montati tutti in collera, i nostri antichi antenati hanno sparso a terra tutta la merce del mercato, che è rimasta senza padrone…
– Ma questo non è uno zoo, è un covo di sciagure! Possibile che anche le bestie levino la rivolta? Tutti i malfattori che hanno liberato i predatori e li hanno lasciati andare per le strade devono essere arrestati, – disse qualcuno.
– Prima bisogna trovarli, – buttò lì un altro.
Nessuno fece caso a queste voci.
Il suo telefono speciale, tutto bianco, mandò voce. Il primo ministro gettò un istante lo sguardo sul suo schermo acceso. A questo suo telefono soltanto dieci o quindici persone hanno diritto di telefonare, e per giunta nei casi d'emergenza. Ma il padrone del numero dall'altra parte era estraneo – e perciò non rispose. Oltre a ciò il suo aiutante gli comunicò che avevano portato il direttore generale dello zoo.
– Fatelo entrare! – comandò, sempre con l'umore guasto.
Il direttore era un uomo alto di statura e serio, che pareva spaventato. Salutò a stento e restò ad aspettare a capo chino.
In quell'istante l'addetto stampa si levò dal suo posto e chiese licenza di accendere il televisore. Non metteva mano ad alcuna iniziativa senza ragione. Perciò il primo ministro fece cenno di consentire.
– Il presidente della rete mondiale ha comunicato che i suoi giornalisti hanno preparato un servizio straordinario e che in questo istante va in onda.
Tutti si volsero verso il grande schermo.
– A proposito dell'uomo matto! – disse l'annunciatore.
– Adesso, in questo momento, ci mancava soltanto un matto! – aggiunse stupito il primo ministro.
– Quello non è un matto qualunque, è un matto predicatore. Ogni mattina di buon'ora, per una sua vecchia abitudine, viene presso la grande fontana della piazza della Sventura e, non fa differenza, sia inverno o estate, neve o pioggia, tiene la sua predica. Gli pare sempre che migliaia di persone stiano a udire il suo discorso tutte orecchi e attenzione. Quando il cuore gli si è acquietato, se ne va a casa contento. La gente dei dintorni di quella piazza lo sa bene.
Il servizio era davvero pieno d'interesse.
Quell'uomo magro di corporatura, dai pantaloni e dalla giacca vecchi e logori, parlava sottovoce, bisbigliando, con gusto e con trasporto. E… i leoni e i lupi e gli orsi e i leopardi, una scimmia o due, uno struzzo avevano fatto cerchio attorno al matto e, sedutisi ben quieti, ascoltavano le sue «considerazioni». Cosa strana, nello sguardo dell'uomo non si sentiva un briciolo di paura e di spavento. Come se il matto e quelle bestie da anni in qua si fossero affezionati gli uni alle altre… e i giornalisti interpretarono questo loro servizio come l'enigma della sciagura accaduta…
Il primo ministro, come se avesse appena trovato il bandolo di quell'enigma, si volse al direttore generale dello zoo.
– La tua faccia e il tuo aspetto fanno venire in mente un pulcino bagnato. Su, dimmi: secondo te che cosa è accaduto? – domandò il primo ministro.
– Non lo so… E non so nemmeno spiegarlo. Ieri sera decine di bestie levarono un forte strepito. Dentro le loro gabbie. Non ne compresi affatto la ragione. Poi diedi ordine al vecchio di andare a vedere come stavano le cose. Poco dopo tutte le bestie si acquietarono.
– Quale vecchio?
– Un impiegato dello zoo.
– E che, è forse un domatore, se a un suo solo cenno tutte le bestie che levavano schiamazzo si sono acquietate? – domandò il primo ministro.
– È difficile dire qualcosa di preciso… Ma…
– Scusate, signor primo ministro, – si levò dal suo posto il ministro degli interni. – Per paura che i lupi si avventassero su di loro, due studenti si sono gettati nell'acqua dal ponte sopra il fiume. Ignari che là sotto sono state disposte grandi lastre di cemento e che l'acqua del fiume le copre appena. Sono morti tutti e due…
– Fino a quando udremo notizie che portano il lutto? Questa faccenda avrà una fine, o no? Che sia venuto il giorno del Giudizio? Siamo diventati lo zimbello della gente, i popoli del mondo ridono che non sappiamo prendere in mano le briglie di quattro bestie.
– Non quattro, signor primo ministro, sono molte di più, – biascicò il direttore generale dello zoo.
– A proposito: quante bestie sono fuggite?
– Tutto quanto lo zoo, tranne i piccoli dei predatori e degli erbivori, che sono rimasti smarriti dentro le gabbie piccole: in tutto trecentosessantasette capi… Ventitré orsi fulvi, trentadue scimmie, dodici coppie di leoni, due elefanti, sette coppie di struzzi, cinque coppie di stambecchi, nove tigri…
– Basta! – gridò il primo ministro. – Se sei tanto sapiente, saresti morto forse a badare alle bestie?! Per la sciagura di un capo come te la metropoli è diventata oggi un'arena aperta e libera, un campo di passeggio e d'arbitrio per le bestie da preda. Tu lo intendi, questo?
Il direttore generale dello zoo se ne stava a capo chino e muto, per la paura e per la vergogna…
– La bestia che ha capito e ha avvertito la pietra che l'uomo tiene in seno può salvarsi perfino dal colpo mortale! – disse la gazza dalla lunga coda, e lasciò soli i suoi piccoli ormai cresciuti e se ne volò via…
Il telefono speciale del primo ministro suonò di nuovo. Quella stessa persona sconosciuta chiedeva con insistenza di parlargli. «In una situazione così stretta e senza scampo, chi è che mostra tanta sfrontatezza?» Per quanto si sforzasse di ricordare, non gli riuscì. Il primo ministro aveva mutato tutti i numeri che di solito lo chiamavano direttamente nel nome o nel cognome dei loro padroni. Ma questo era un numero estraneo…
– Scusate, signor primo ministro! – di nuovo si levò dal suo posto, pieno d'inquietudine, il ministro degli interni. – Due o tre lupi e tigri e sciacalli hanno fatto irruzione nel combinato della carne. A quanto pare hanno sentito l'odore del sangue delle bestie sgozzate.
– Ma l'odore del sangue e della carne si spande nell'aria di fuori? Perché fino a oggi non arrivava al naso di nessuno? – domandò il primo ministro. – Chi mi risponde?
– Non lo so; forse le bestie da preda sentono l'odore del sangue da grande distanza…
– Hanno fatto male agli uomini, o no? – domandò con inquietudine il primo ministro.
– No, – disse il ministro. – Sono fuggiti tutti e si sono nascosti. Le bestie si sono attaccate ai corpi delle vacche e delle pecore scuoiate e appese ai ganci. Vale a dire che si riempiono il ventre. Gli operai di quel grande reparto, tenendo per guadagno il momento, sono usciti fuori. Cosa strana: vista la carne, i predatori non hanno fatto un briciolo di caso al fuggi fuggi degli uomini…
La rete mondiale che trasmette giorno e notte mandò in onda uno dopo l'altro due servizi.
…Sette o otto branchi di cani randagi di razze diverse corrono liberi per le strade e per le piazze della metropoli. I loro ringhi e i loro latrati mettevano il terrore nel cuore dei rari passanti…
… L'altro mostrò immagini di questo: che centinaia di cavalli nudi, cioè non sellati, dell'azienda di allevamento si sono riversati nei viali della città. Ebbri e liberi, andando di galoppo, hanno calpestato decine di ettari di seminativo – le terre dei sobborghi della metropoli – e sono giunti fino ai viali della città…
– Si ricava l'impressione che la metropoli sia rimasta senza padrone, – concluse il commentatore…
Ogni nuova notizia relativa ai fatti della strada suscitava nel cuore dei presenti una specie di sgomento, ma il primo ministro restava sempre freddo. Ascoltava gli altri con attenzione, di tanto in tanto rispondeva, faceva domande. Ma un angolo del suo cervello, forse certe cellule separate di esso, cercava per istinto il rimedio della cosa, andava in traccia della via di scampo. Era difficile giungere a una conclusione definitiva. Dare ordine ai tiratori scelti di abbattere le bestie a una a una? E come? In pieno giorno, e per giunta davanti alla gente? È certo che tutti i giornalisti delle reti famose del mondo stanno pronti, spiano il momento per vedere in che cosa questa sciagura andrà a finire. E poi, tanti tiratori dove li troviamo? O adoperiamo gli ufficiali dell'esercito? No, questo di sicuro è da escludere! Se una cosa simile accadesse, la gente del mondo ci terrebbe colpevoli di crudeltà e d'incapacità. Se fossero dei condannati fuggiti dal carcere, sarebbe un altro discorso. Adesso che il discorso cade su quadrupedi senza lingua, rimasti per giunta senza custodia, metterli a morte apertamente è crudeltà. Bisogna trovare qualche altro rimedio…
– Signor primo ministro! – appena interrotta la sua conversazione telefonica si drizzò in piedi il sindaco della metropoli. – Una coppia di elefanti feriti rovescia e rivolta con la proboscide ogni automobile che le venga davanti… Dio mio, è difficile immaginarlo: chissà quale sciocco di poliziotto ha sparato contro uno degli elefanti e ne ha destato la collera e il furore. Già decine di automobili, nuove e vecchie, a detta del capo della polizia, sono ridotte a rottami. Chiedono il permesso di uccidere le bestie.
– No! – si levò dal suo posto il primo ministro. – Noi non abbiamo diritto a un passo simile. Fino a questo momento nessuna bestia ha fatto male di sua propria volontà a nessuno degli uomini!
– Forse, – e, come se avesse fatto una scoperta, con gli occhi che gli brillavano, il sindaco avanzò la sua proposta, – potremmo abbattere le bestie con speciali proiettili narcotizzanti e trascinarle fino alle loro gabbie?
– Idea nobilissima! – la respinse con scherno il primo ministro. – A un solo cenno della bacchetta magica i predatori si raduneranno nella piazza dai quattro lati della città e si metteranno in fila ben dritti. E staranno lì ad aspettare che voi, con tutto comodo, prendiate la mira e spariate nei loro corpi il proiettile narcotizzante!..
Il sindaco, per il disagio, non disse parola e si sedette al suo posto.
Il ministro della sicurezza, che quasi senza posa parlava per i suoi telefoni e dava disposizioni, si levò dal suo posto. E prima ancora che avesse aperto bocca:
– Un'altra notizia spiacevole e inaudita? – domandò il primo ministro.
– Nello stesso momento, tutte in una volta, hanno saccheggiato tre gioiellerie.
– I predatori?!
– No, certamente, signor primo ministro, – disse il ministro della sicurezza. – Tre gruppi di criminali non identificati.
Per un istante il silenzio prese la sala.
– Signor primo ministro! – si levò dal suo posto il ministro degli interni.
– Un'altra cattiva notizia?
– Sì. Ma la lingua non mi si gira a…
– Ormai che l'acqua è passata sopra la testa…
– Questa volta tre scimmie armate sono arrivate a bordo di un'automobile, hanno sparato alle guardie della banca d'investimenti straniera e hanno portato via a saccheggio tutto il contante della banca. Qualche milione…
– Scimmie armate?
– Sì… Dalle riprese hanno accertato che erano molto svelte ed esperte del mestiere…
– E dal luogo del fatto saranno anche svanite, immagino?
– Avete indovinato preciso… Hanno aperto un procedimento penale. L'istruttoria è cominciata. Dicono che parlassero la lingua delle scimmie, ma si è visto chiaramente che le loro mascelle erano rigide e non si muovevano.
– Vale a dire che una qualche banda di ladri e di predoni ha messo a segno il suo colpo al buio…
– A quanto pare, è così.
– Quando finirà questa sciagura? Possibile che nessuno abbia una proposta precisa? Vi rendete conto che agli occhi del mondo questo fatto mette interamente in dubbio il livello della competenza e della capacità mia e vostra?
– Anche su internet hanno scritto questo stesso pensiero! – alzò la voce all'improvviso l'addetto stampa. Parve che, confermando le parole del primo ministro, volesse rendersi gradito.
– Che cosa hanno scritto?
– Hanno rinfacciato che il giorno è a metà e decine di fatti sono scoppiati, ma il governo del primo ministro tal dei tali dà prova di braccia corte e d'impotenza…
Il telefono speciale suonò all'improvviso. Di nuovo quello stesso numero sconosciuto. Questa volta il primo ministro non lasciò entrare alcun pensiero nella testa e rispose:
– Pronto! Ascolto!
– Meno male! Salve, signor primo ministro!
– Salve! Chi parla?
– Io sono quel cacciatore che qualche anno fa vi faceva da guida a caccia. Vi è tornato a mente?
– Sì, – disse con indifferenza, – ma io adesso sono a una seduta d'emergenza, – e volle tagliare corto.
– Io ho notizia di chi siano quelli che hanno lasciato andare in città i predatori dello zoo.
– Dite sul serio? Voi dove siete?
– Io sono da più di un'ora davanti all'ingresso del vostro palazzo. Le guardie non mi lasciano entrare. Ho telefonato più volte, purtroppo… senza risultato…
– Aspettate un istante, – e il primo ministro, alzata la cornetta del telefono diretto da tavolo, diede un ordine al capo delle guardie e si volse verso i presenti: – Fra qualche minuto sapremo chi si è fatto strumento per far fuggire le bestie! E come tutte le serrature delle grandi gabbie di ferro si siano aperte da sé in un solo istante.
Questa notizia del primo ministro portò tutti allo stupore.
E la porta si aprì ed entrò il vecchio.
Adesso il primo ministro lo riconobbe.
– Eccolo! Eccolo! – gridò d'un tratto il direttore generale dello zoo, avvilito e con l'animo abbattuto. – Eccolo, quell'uomo che io intendevo. Corre voce che conosca e intenda la lingua delle bestie. Chi lo sa, forse ha avuto lui la mano nello scoppio del fatto…
Il primo ministro sorrise. E come si fa con un conoscente stretto e intimo strinse il vecchio fra le braccia e gli domandò come stesse.
Al primo ministro tornarono d'un tratto davanti agli occhi l'abilità e la prontezza, la vigilanza e l'accortezza del vecchio; sapeva che, andando per i monti e per i boschi insieme a quel cacciatore esperto, non c'era pericolo alcuno, neppure quando ci si trovava faccia a faccia con l'orso, con il leone, con la tigre.
– Prima di tutto dimmi, mio valoroso amico: tu che cosa hai a che fare con lo zoo e con tutta questa sciagura?
– In fondo nulla. Sono un impiegato qualunque dello zoo.
– Da quando?
– Saranno circa tre anni.
– Ebbene, che mistero c'è qui?
– Uno stenta a crederci. Ma, ecco, – e il vecchio trasse una chiavetta dalla tasca interna della giacca. – Per caso hanno fatto delle riprese.
Il primo ministro per un istante fissò gli occhi sulla chiavetta. Volle fare una domanda, ma cambiò parere. Guardò l'addetto stampa. Quello gli venne subito accanto e, presa la chiavetta, la collegò al grande televisore.
– Guardiamo? – domandò l'aiutante.
– Senza fallo! – consentì il primo ministro. – E immediatamente! Proprio adesso!
Gli orsi, che un tempo erano uomini, per la loro ingratitudine e per effetto della preghiera degli alberi fatati – i pini –, si mutarono in orsi e divennero abitatori del bosco…
Dopo aver visto le riprese il primo ministro, che se ne stava in piedi, restò muto e si sedette al suo posto. Egli si aspettava qualunque cosa, ma non l'esistenza degli orchi.
– Quelle creature sono davvero orchi, o uomini malintenzionati dal volto di div, travestiti? Qualcuno di voi sa spiegarlo?
Non uno trovò l'ardire di fiatare. L'operato degli orchi appariva fuori della portata dell'intelletto umano.
– Di dove sono comparsi gli orchi?
– Di dentro l'acqua, – disse uno.
– L'ho capito, l'ho visto anch'io, ma di dove – dal fondo del fiume, o da quella riva? O sono discesi dal cielo?
– Questo nelle riprese non c'è, – buttò lì quello stesso uomo.
– Adesso che una sciagura più grande non è accaduta, e non si sa dove gli orchi siano svaniti né quale altro proposito immondo abbiano, venite, pensiamoci. La nostra metropoli si è mutata nello spettacolo del mondo. Tutti aspettano di vedere come questo fatto andrà a finire! Ebbene, il giorno è a metà: quali proposte precise ci sono?
– Ho ricevuto un'informazione, signor primo ministro, – disse il ministro degli interni, – La Corte suprema non ha dato il permesso di abbattere le bestie riversatesi sulla città. Noi ci eravamo rivolti a lei stamattina, a ogni buon conto.
– Ufficialmente? – volle accertarsi il primo ministro.
– Sì! Per iscritto!
– E se i soldati li catturassero a uno a uno con reti robuste? – disse il ministro della difesa.
– Tutte quante le bestie sono sparse e disperse per i diversi angoli e margini della metropoli. A me pare cosa impossibile. Ma in ogni caso provate a rifletterci. Chi lo sa, se ci trovassimo costretti…
Il primo ministro cercava una via.
E anche il vecchio.
– Tu, lupo sciocco, sei rimasto preso nella tagliola! – rise la volpe astuta. – Prima di morire fa' orazione e chiedi a Dio il perdono dei tuoi peccati senza numero! – e, mangiato il grasso della trappola, se ne fuggì scodinzolando.
Finalmente il vecchio, che là dentro era presente in via non ufficiale insieme al direttore generale dello zoo, alzò la mano.
– Mio valoroso amico! Prego, forse dalla vostra lingua verrà fuori qualche proposta che serva.
Il vecchio, pensieroso, si levò dal suo posto e venne avanti.
– In sostanza queste bestie, che oggi per volere di non si sa quale forza improvvisa e ignota vanno sbandate e smarrite per le strade e i viali e le piazze, sono creature innocue. Esse, in ogni caso, la maggior parte sono nate e cresciute dentro la gabbia. Credevano che la vita fosse questa. Soltanto alcune di loro serbano il ricordo dell'aria libera del bosco e del monte e della valle e del deserto, e nient'altro…
– Non tirate in lungo il discorso: mentre menate il can per l'aia, si fa sera, – e inaspettatamente, fuori luogo, qualcuno gli troncò la parola.
– Non so chi siate voi, sapiente del secolo, ma io non ho mai preso le forbici alla parola di nessuno. E non è con voi che discorro, ma con il primo ministro.
– Avete dato una risposta che vale, mio valoroso amico! Non c'è bisogno di un'obiezione mia. Continuate il vostro discorso. Il nostro orecchio è a voi. Scusate!..
– La mia opinione è questa: che quelle bestie, benché la maggior parte siano da preda, non hanno colpa. Qualcuno o qualcosa, l'avete visto voi stessi, le ha spinte a questo passo. E poi, ognuna di queste bestie si è abituata agli uomini. Perché ogni giorno migliaia di persone, piccole e grandi, venivano allo zoo.
Adesso, se il fine è di far tornare queste bestie alle loro case, una via c'è. In ogni caso bisogna provarla e vedere; forse gioverà alla cosa e darà risultato. Sapete, allo zoo talvolta lasciavamo uscire le bestie nello spazio libero del recinto tutt'intorno. E accadeva anche così, che a lungo le bestie facessero le testarde e non volessero rientrare nella gabbia. A dire il vero, ne penavamo. Su consiglio di un mio amico – il vecchio, chi sa per qual motivo, non volle dire: su consiglio di mio nipote Shervon – registrammo e diffondemmo le grida e i richiami, il pianto e il lamento dei piccoli dei leoni e dei lupi, delle tigri e degli sciacalli, delle volpi e dei cinghiali, degli elefanti e degli orsi e dei leopardi, insomma di tutte quante le bestie. Ve lo immaginate, la cosa funzionò – le bestie, come se non avessero visto i loro piccoli per settimane e ne sentissero la nostalgia, correvano con l'anima in gola verso le gabbie…
Il vecchio tacque.
– Tutto qui? – domandò con una specie di stupore il primo ministro.
– Sì, – udì per breve conferma.
– Quelle registrazioni, cioè la voce dei piccoli delle bestie, dove sono conservate? – e, avvertito il fine del suo valoroso amico, il primo ministro si fece curioso.
– Eccole, in questa chiavetta! Se volete, provate ad ascoltarle. È una registrazione fatta con molta arte e piena d'effetto.
E davvero era così. Nessuno, mentre si udivano le voci strepitanti dei piccoli delle varie bestie, ciascuna delle quali si levava a parte, disse né ai né bai.
– In questo medesimo istante fate una copia del materiale, e che lo diffondano per mezzo degli schermi speciali installati nelle piazze e nelle strade e nei viali della metropoli, che si senta. Forse le bestie vedranno e udranno e… Dio voglia che trovi la via al loro cuore. Ministro degli interni e della difesa, voi ne siete responsabili! Datevi da fare!
Il vecchio sentì che il primo ministro, quando fosse il momento e ce ne fosse bisogno, sapeva parlare e comandare con estrema fermezza.
– Le vie del ritorno allo zoo devono essere libere. Badate che lascino aperte le porte delle gabbie. Tutti a eseguire l'ordine! Se occorrerà, vi convocheranno. Dio sia compagno e guida! – e con ciò il primo ministro parve mettere il punto al colloquio.
– Ho ancora una preghiera da fare, – disse il vecchio.
Il primo ministro, che ormai voleva darsi ad altre faccende, si fermò e si volse all'amico.
– Date ordine, poiché il tempo stringe, che portino qui in elicottero quel cacciatore autentico e accanito.
– C'è dunque necessità?
– Sì, signor primo ministro. Anche lui, fino a un certo segno, sa discorrere con ogni bestia da preda e con ogni rettile. Al trombettiere costa un soffio solo! Forse darà risultato.
– Restare solo a faccia a faccia con predatori che hanno assaggiato il sapore della libertà non è pericoloso?
– Noi dobbiamo servirci della più piccola possibilità, – e il vecchio restò fermo nella sua proposta. – Ecco, l'indirizzo del luogo dove abita.
– Datelo al ministro degli interni. Che mandino un elicottero.
– Obbedisco! – gridò il ministro.
– Grazie, mio valoroso amico! – e il primo ministro strinse la mano del vecchio…
Quando tutti se ne furono usciti in fretta, il primo ministro restò solo. Chiamò il suo aiutante:
– Grazie alle bestie stamattina mi sono dimenticato perfino della colazione. In questa casa si trova almeno un tè o un caffè, del pane e del salame e del formaggio?
– Certamente, signor primo ministro! A furia di dire seduta d'urgenza si sono fatte le quindici e ci siamo dimenticati di mangiare, – rispose l'aiutante.
– Dio voglia che l'esperienza del mio valoroso amico ci aiuti. Altrimenti non mi passa per la gola neppure l'acqua. Appena avremo rimosso questa faccenda, un giorno di riposo andrò senza fallo a caccia con lui!.. Senza fallo!
– Io, che non ho istruzione alcuna, perché mi sono messo a leggere il segreto del sigillo d'oro sullo zoccolo del puledro, – così rimproverava se stesso il lupo ignorante e sciocco…
Scendeva la sera.
Quando decine di leoni e di tigri, di orsi e di lupi, di scimmie e di struzzi, di volpi e di sciacalli, insomma tutte quante le bestie che all'apparenza avevano preso la città sotto il proprio dominio, udirono e videro per mezzo degli innumerevoli schermi delle strade e dei viali che i loro figli, per effetto dell'incendio dello zoo, nello spasimo della vita si gettavano da un angolo all'altro della gabbia di ferro, dapprima caddero nello stupore, poi parvero intendere fino a che segno il pericolo fosse piombato sulle loro creature, e, come sotto un unico comando, si slanciarono tutte verso l'isola. Correvano alla cieca, volevano giungere al più presto in quel luogo preso dal fuoco e salvare i propri nati diletti.
La gente che per caso si trovava sul loro cammino, ignara di come stessero davvero le cose, fuggiva ai quattro lati; alcuni guardavano da parte, dai balconi delle loro case a molti piani, con turbamento e con paura e con timore. Non arrivavano affatto a capire perché queste bestie rimaste senza custodia battessero a tale velocità la strada in una sola direzione.
Tutto il territorio della metropoli era caduto in questo stato, e agli occhi appariva un enigma.
Si accesero le lampade dei bei pali moderni della città.
La gente supponeva che d'ora in avanti forse sarebbe stato così ogni giorno. Le bestie, quando volessero e dove volessero, potevano andare di galoppo, mettere in inquietudine la società e gettarla nello scompiglio.
La gente semplice e facile a credere si abituava presto a questo o quel fenomeno e vi prestava fede; e se anche non vi prestava fede, restava incurante e indifferente, e dicendo «è nelle mani di Dio!» andava dietro ai propri lavori e alle proprie faccende quotidiane.
Le bestie dello zoo non ne sapevano nulla; erano nell'affanno che i loro piccoli restassero salvi dal fuoco, e un solo pensiero le tormentava – potranno o no portare un briciolo di soccorso per salvare le loro creature inermi e cadute in bocca al fuoco!
Correvano senza posa, con l'anima in gola. Nessuna bestia faceva caso a un'altra, perché tutte quante erano prigioniere di una sola calamità portatrice di sventura.
Nell'istante in cui, ansimando, l'una dietro l'altra entrarono nel recinto dello zoo dai quattro passaggi e dai quattro cancelli, non credettero ai propri occhi: tutt'intorno non c'era segno di fiamma. Ciò nondimeno si gettarono alle gabbie e, veduti dentro le piccole gabbie accanto alle loro i figli illesi, quieti e tranquilli, il cuore tornò loro al suo posto e il polso rientrò piano piano nel suo ritmo naturale.
Soltanto si accorsero che le porte delle loro gabbie, che per tutto il lungo giorno erano rimaste aperte, come a un cenno di non si sa quale creatura sbatterono con fragore e si chiusero. Benché quel gesto non avesse necessità né senso alcuno, perché non avevano più voglia di uscire un'altra volta e di darsi all'arbitrio…
… Il giovane riprendeva da capo a fondo questo spettacolo; l'animo gli si acquietò un poco, ché in ogni modo le bestie erano tornate alla loro dimora. Ma sentiva un qualche pericolo invisibile.
In quell'istante il suo telefono vibrò. Sullo schermo apparve il volto del nonno.
– Tu dove sei? Stai sano e salvo?
– Sì. Io sono in piazza… – e la vergogna lo prese per la menzogna che si era portato sulla lingua. – Che ne è stato della sorte delle bestie?
– Sono tornate tutte quante. Lo zoo è di nuovo pieno di bestie…
– Bene, che la cosa finisca in bene. Voi abbiate cura di voi. Le porte delle gabbie…
– Capisci, cosa strana, quegli stessi orchi hanno chiuso a una a una le porte delle gabbie, mi hanno reso facile il lavoro.
– Dove sono adesso quegli orchi? Che non abbiano a farvi del male…
– No, non stare in pena. Sono svaniti come erano comparsi, senza farsi vedere, come se fossero sprofondati a capofitto nel fondo della terra.
– Strano…
– Io stesso ne sono stupito. Nello zoo non c'è nessuno con cui scambiare quel che ho osservato e come stanno le cose…
– Anche voi andate a casa. Domani qualcosa si saprà.
– Faccio un giro dello zoo, poi ci penserò su.
– Tenetevi più lontano dalla sciagura, nonno. Vi prego, andate a casa, ché …
– In confronto alla sciagura che è sorta oggi e ha messo in clamore la città da un capo all'altro, e per la calamità della rivolta delle bestie centinaia di persone sono morte, c'è possibilità che diventi ancora peggio?..
– Chi lo sa? La situazione appare ancora inquieta. Il turbamento della città non si è posato.
– Sia quel che sia, gioia del nonno!
– Il Signore vi custodisca!..
Il giovane, sull'osservatorio che si era costruito in cima all'albero del recinto dello zoo, si portò agli occhi il binocolo da militare e si rimise a osservare: ogni bestia stava ritta, come se si fosse irrigidita e avesse preso la forma di una statua.
Posò il binocolo… E d'un tratto, come se gli fosse tornata a mente una cosa sfuggita allo sguardo, se lo riportò agli occhi.
Tutto lo spazio dello zoo appariva verde e chiaro. D'un tratto gli venne all'occhio che verso il cancello strisciava una qualche creatura. Gettò lo sguardo verso gli altri cancelli: anche là strisciavano, uno per volta.
Il giovane cominciò a filmare. Non immaginava che cosa stesse per accadere. Nel suo pensiero, erano quegli stessi orchi che erano apparsi agli occhi del nonno, e forse tornavano ad aprire le porte delle gabbie.
Ma ahimè, non erano orchi: erano uomini vestiti di nero e mascherati, oltremodo svelti, con armi silenziose in mano. Contro ogni attesa non aprirono le porte delle gabbie di ferro; si avvicinarono e presero, dai quattro lati, ad abbattere a una a una quelle bestie che per la salvezza dei loro figli erano tornate alla loro dimora d'ogni giorno…
Dio mio! Che sangue freddo! Registrava come, con maestria, con gusto e con piacere, sparavano alla testa e al collo delle bestie, e come quelle bestie, ignare del gioco dell'uomo e del mondo e del destino, cadevano e, guardando con occhi pieni di stupore il cielo puro, agonizzavano, agonizzavano…
Nel medesimo tempo alcune di loro, con l'anima già sulle labbra, vedevano che anche sulla testa di quei figli che stavano nelle gabbie accanto puntavano la canna della loro pistola silenziosa; e i poveretti, che dall'interno della gabbia non erano ancora usciti una sola volta in libertà e non sanno che cosa sia la libertà, per il colpo straziante della pallottola cadevano di schianto l'uno dopo l'altro e morivano scalciando…
Il giovane non smise di filmare.
Non si sa quale vena e quale nervo del suo corpo gli mandava di nascosto notizia che quella non era la fine della sciagura…
Ma gli uomini vestiti di nero e mascherati svanirono dal luogo del fatto senza farsi vedere, e un istante dopo due o tre altri simili a loro comparvero di chi sa dove con in mano armi che parevano fucili automatici. Che sparino forse ai cadaveri delle bestie?
Dalla punta della canna dei loro automatici, in quella notte buia (perché d'un tratto la rete elettrica della città aveva cessato di funzionare), non pioveva affatto piombo, ma fuoco.
Il corpo di ogni bestia bruciava. Il fumo nero si avvolgeva verso il cielo…
Il giovane interruppe le riprese.
Telefonò al nonno.
Il telefono del nonno non rispondeva.
Il suono della suoneria squarciava il cuore della notte. Ma anche il nonno, che giaceva con la faccia al cielo in fila con le bestie esanimi dello zoo, non aveva modo di rispondere.
La città si era mutata in una creatura sorda e muta e cieca.
La ricchezza dello zoo scendeva in bocca al fuoco, e all'infuori del giovane pareva che nessuno ne vedesse la fiamma. E a nessuno bruciava il cuore.
Il giovane, a mezzanotte, andò solo più addentro nel recinto dello zoo, e tastando e ritastando nel buio ogni palmo di quella terra trovò il corpo di suo nonno, colpito dai proiettili e bruciato; pianse amaramente, amaramente, e in un angolo più lontano dall'acqua lo consegnò con dolore alla terra.
Spuntava la falsa alba.
Mandò una preghiera alla sua anima pura.
Che nessuno lo sappia, neppure mio padre e mia madre e mia sorella; che credano che il nonno è andato a caccia e se n'è persa ogni notizia. Il loro dolore scemerà più presto.
L'Uomo, la prima volta che vide il cammello, prese paura e fuggì; poi si affezionò alla sua indole mite e, quando comprese che era bestia del tutto innocua, si fece ardito, gettò la cavezza nella bocca dell'animale e, messovi in groppa il proprio figlio, lo avviò per la strada…
Il giorno dopo in tutti gli organi d'informazione, e anche nelle reti di internet, fu diffuso un comunicato ufficiale. Da esso la gente venne a sapere che nella notte, per cause ancora ignote, lo zoo aveva preso fuoco e tutte le bestie erano bruciate. E che le autorità competenti stanno indagando sulle cause che hanno fatto scoppiare il fatto…
Diedero notizia anche di questo, che i dirigenti del giardino degli animali erano stati arrestati e che risponderanno davanti alla legge.
E basta così!
Shervon, non essendosi ancora schiuso l'occhio del giorno, venne alla casa del nonno. Tutta la suppellettile della casa era in un ordine e in una disposizione particolari. Il vecchio aveva posato in mezzo al grande tavolo dai due capi arrotondati la fotografia di famiglia dalla cornice dorata. Vi erano ritratti il nonno, la nonna, il loro figlio, Shervon e la sua sorellina. Il nonno, con quella sua aria seria di sempre, sorrideva appena…
E accanto a essa una grande busta… Shervon l'aprì. Lesse il testamento del vecchio. Per la prima volta nella sua vita si sentì solo, solo del tutto. Si portò davanti agli occhi il volto del nonno. Poi si lavò e andò al lavoro…
Se l'Uomo ne fosse capace, insieme al cavallo e alla vacca, al cammello e al cane, al gatto e alla pecora ridurrebbe a bestie domestiche tutti quanti gli altri animali, e guasterebbe da cima a fondo l'equilibrio della natura…
Un'ora dopo la registrazione autentica del fatto sanguinoso e pieno di sciagura dello zoo – la strage senza quartiere delle bestie e l'incendio dei loro corpi – comparve nelle reti d'informazione mondiali. Questa crudeltà fece tremare tutti in ogni angolo e in ogni margine del pianeta. Il primo ministro del paese, spiegando la situazione, gettò la colpa e il peccato sul collo degli orchi discesi da dietro il favoloso monte Qaf: essi cioè dapprima si misero d'accordo con le bestie e le fecero uscire tutte per le strade, e poi le abbatterono senza pietà e le bruciarono…
Anni 2015-2016